Goa

Goa è il più piccolo stato dell’India, posizionato a circa 500 Km a sud di Mumbai, raggiungibile in poco meno di un’ora di aereo, confinante oltre che con il Maharashtra anche con il Karnataka ed è bagnato dal Mare Arabico.
Antica colonia portoghese, Goa ha un unico mix di cultura ed architettura Indiana e Portoghese e , con i suoi oltre 100 Km di spiagge bianchissime, attira ogni anno milioni di turisti, grazie anche ad un clima favorevole da ottobre a maggio.
Lo stato è diviso in due distretti, Nord e Sud Goa. La capitale Panaji, piacevole città attraversata dal fiume Mandovi, con le sue numerose case portoghesi e le chiese immacolate, è un tipico esempio dell’influenza portoghese. Il lungofiume giunge fino a Miramar e Dona Paula, due delle spiagge maggiormente frequentate dagli abitanti di Panaji. I turisti preferiscono rilassarsi sulla spiaggia della più famosa Palolem a sud o fare le ore piccole sulle spiagge di Anjuna o Vagator , retaggio ancora dei mitici anni 60, dove droga e musica erano il life motive dei giovani dell’epoca.
Oggi il turismo si sta spingendo sempre più a nord. Resort in legno cominciano ad invadere spiagge fino a poco tempo fa incontaminate come Aswem e Mandrem. I cocchi , che degradano fin sulle spiagge, coprono in parte queste nuove costruzioni, fatte comunque nel rispetto della natura. Solo Keri o Querim, da dove parte il traghetto che porta al di la del fiume Terekol, è priva di qualsiasi struttura turistica.
Il piccolissimo villaggio di Terekol , sul cui promontorio si erge Fort Terekol, antico forte trasformato recentemente in un Heritage Hotel, è l’ultimo paese prima del confine con il Maharastra e si trova ad una manciata di chilometri da una delle spiagge più belle che io abbia mai visto e che non ha nulla da invidiare alle spiagge maldiviane o caraibiche. Sto parlando di Redi beach : trovandosi già nel territorio del Maharastra, è consigliabile portare con sé il passaporto, nella ipotesi di un controllo al confine.
Consiglio di noleggiare una moto, che rende facile gli spostamenti.
Varia è la cucina goana, cattolica ed indù, come la popolazione : il pesce comunque la fa da padrone.

 

 

Attraverso l”India dove tutto è estremo

Il mio quarto viaggio in India è iniziato da Calcutta. Fiumi di parole sono state scritte su questa città, primo fra tutti, non cronologicamente parlando ma solo per la popolarità che le ha dato, Dominique Lapierre. Grazie a lui, Calcutta è diventata per antonomasia “La città della gioia“. Per chi non avesse ancora letto il libro, la città della gioia è, o meglio era, il più grande slum, ovvero, la più grande e popolosa baraccopoli che ha fatto da sfondo al romanzo del giornalista francese. Dico romanzo, perché alle realistiche descrizioni della città, si uniscono le storie romanzate di vari personaggi, dall’uomo cavallo al prete francese missionario, al medico americano in preda alle insoddisfazioni lavorative che ritrova se stesso dopo aver prestato il suo aiuto vivendo insieme alla popolazione dello slum e condividendo tutto, dalle latrine al cibo agli scarafaggi alle inondazioni al ciclone. Credo che tutti gli aggettivi del vocabolario italiano siano stati usati sapientemente da Lapierre per descrivere Calcutta.

Calcutta è l’India, ma è l’India che puoi ritrovare in alcuni luoghi del Rajasthan o a Varanasi. La vastità della città ed i suoi milioni di abitanti ti fanno sembrare tutto moltiplicato. A qualsiasi ora del giorno e della notte c’è sempre movimento. Calcutta non si addormenta mai.

Ma non è una sua prerogativa. In tutta l’India vedi sempre gente per strada, chi vende le cose più impensabili, chi mangia, chi rovista fra l’immondizia, chi dorme sotto le stelle, chi, come a Calcutta, ha fatto di un pezzetto di marciapiede numerato la sua casa. I più fortunati posseggono un quadrato di plastica a mo” di tetto o i più fortunati ancora hanno un bagno privato consistente in un residuo di specchio raccattato in non so quale immondezzaio o un mobile fatiscente come armadio. Forse rispetto a tutte le altre città dell’ India, Calcutta è più sporca, più caotica perché più popolosa, diciamo anche una delle più povere con un maggior numero di mendicanti per strada, di bambini senza neanche uno straccio addosso, una specie di “corte dei miracoli”.
Ma Calcutta è anche la capitale intellettuale dell’India. Ha dato i natali al premio Nobel Tagore famoso per le sue incantevoli poesie, è la culla del pensiero filosofico di Aurobindo e a tutt’oggi l’Indian Coffee House è il ritrovo dei pensatori, degli artisti, dei registi. Sembra strano che in un posto che stenta a sopravvivere, possano esserci un numero enorme di sale cinematografiche, più numerose che a Delhi e a Mumbai. Ma l’India è così, piena di contrasti, è bella per questo, perché non finisce mai di stupirti.

Arriviamo a Calcutta al mattino presto e siamo accolti da una terribile umidità che ti fa sudare ad ogni insignificante movimento. Stai bene solo in albergo, con l’aria condizionata che soffia forse più del necessario, albergo molto scenografico, poco lontano dal centro, raggiungibile in pochi minuti di taxi. Mi rifiuto di farmi trasportare dagli uomini-cavallo che trovi solo a Calcutta, la cui presenza è preannunciata dal suono di quel campanello il cui uso fu vietato da Gandhi, in quanto manifestazione di degrado sociale che annulla la dignità umana.
Ci facciamo lasciare dal taxi in prossimità dell’Howrah Bridge, un brutto ponte moderno costruito dagli Inglesi che congiunge le due sponde del fiume Hooghly, ramo del delta del Gange che prende tale nome prima di tuffarsi nel golfo del Bengala. Visto al mattino non mi ha particolarmente affascinato; con il calar del sole, invece, si trasforma, sembra di trovarsi in un girone dantesco…

Milioni di persone lo affollano, le più disparate, le più varie, le più strane, cariche di qualsiasi cosa, dalle pentole ai sacchi di fiori alle ceste in bilico sulla testa piene di masserizie non ben definite; la maggior parte si riversa alla stazione per ritornare ai paesi dopo il lavoro, altri al lume di flebili luci vendono ai bordi del marciapiede due banane, tre cipolle, un’arancia, oppure mercanzie di nessun valore, che mi chiedo chi possa comprare e quanti paisa possano rendere, forse giusto quelli per una manciata di riso.
Non riusciamo neanche a camminare, tanta è la gente, tantissimi i vecchi autobus inglesi dal tipico colore rosso, traballanti sotto il peso delle persone che si aggrappano alle pedane ed ai finestrini, tantissimi i risciò, le macchine, i carretti, le bici. E’ uno dei ponti più trafficati del mondo ed è entrato nel Guinness dei primati per il maggior numero di persone che lo attraversano giornalmente. Quasi fosse una zona militare, ci è impedito di fotografare, così come all’interno della metropolitana e della stazione ferroviaria, cosa non strana per l’India.
Insieme alla guida visitiamo, invece, il tempio della dea Kalì, chiamato anche Kaligat da cui Calcutta prese il nome. Coesiste pacificamente con l’Ospedale creato e voluto da quella suora mingherlina a nome Madre Teresa, che all’inizio venne vista dagli induisti come nemica, come colei che voleva “rubare” fedeli da convertire alla religione cristiana. Il tempio è dedicato alla dea Kalì, la nera, manifestazione cattiva di Parvati, moglie di Shiva, rappresentata con un coltello in mano, una collana di teste decapitate al collo, assetata di sangue. Ad orari prestabiliti, infatti, per soddisfare la dea, vengono sacrificati animali: li senti piangere, belare quasi implorassero la grazia… ma dalla morte, si ha la vita: in fondo al tempio sorgono le cucine dove vengono preparati pasti caldi da distribuire ai fedeli più indigenti che affollano ogni giorno il tempio per venerare la dea. E’ un po’ la legge della sopravvivenza. Qualcuno sostiene che questo è il vero tempio induista. Sarà, ma io non ho visto la gioia, la serenità, i sorrisi a cui sono abituata, anche perchè è uno dei pochissimi templi in tutta l’India dedicato alla dea Kalì: e dico meno male…
Due giorni a Calcutta trascorrono velocemente e dopo un breve volo interno, ci trasferiamo nella capitale dell’Orissa, Bhubaneshwar, che letteralmente significa “signore del mondo” uno degli epiteti di Shiva. Abbiamo giusto il tempo di visitare qualcuno dei 500 Mandir rimasti dei 7000 originari. Di architettura Nagara tipica di questo stato, singoli o raggruppati, sorgono intorno al piccolo lago Bindu Sagar.
Sicuramente il più bello è Lingaraj Mandir, dedicato al dio Shiva che nella sua versione di creatore ha come simbolo il “lingam”, che altro non è che il simbolo fallico. E’ uno dei luoghi di pellegrinaggio più sacro agli indù in quanto al suo interno è custodito uno dei 12 principali shivalingam, ma questo fa sì che l’ingresso sia assolutamente vietato ai non induisti. Ci accontentiamo perciò di ammirarlo da una terrazza improvvisata, dietro una piccola ricompensa.
A pochissimi chilometri dal mare e da Puri, sorge isolato il magnifico tempio di Konarak, dedicato al Dio Sole, rappresentato come un carro con 24 meravigliose ruote finemente cesellate, trainato da 7 cavalli. E’ stato costruito in una posizione talmente strategica da essere baciato dal sole il più possibile.

Ed eccoci a Puri, una delle città più sacre per gli induisti: qui si venera Jagannath, “il signore dell’universo”, uno dei nomi di Krishna, manifestazione terrena di Visnù, che la leggenda vuole imperfetto nelle fattezze. L’imponente tempio rosa e bianco di Jagannath, che qualcuno dice abbia custodito il dente di Buddha prima che fosse trasferito a Kandy in Sri Lanka, è interdetto anch’esso ai non induisti. A dimostrazione della estrema sacralità del luogo, si dice che l’accesso venne impedito addirittura ad Indira Gandhi, colpevole di avere sposato un parsi di Mumbai e di avere pertanto perso la purezza della casta.
Noi possiamo ammirare il mandir dalla terrazza della biblioteca, da dove vedi un brulicare incessante di fedeli, svolazzare come farfalle sari rosa confetto, verdi, gialli, rossi, azzurri in un tripudio di colori, fumare le grandissime cucine poste a sinistra dell’ingresso principale. Ci è concesso di fare il periplo e di sbirciare l’interno del tempio attraverso le 4 porte di ingresso,vegliate da grappoli di pipistrelli che ne hanno fatto la dimora fissa.
La vita intorno al tempio è incessante: lungo la via principale che porta al tempio un coloratissimo mercato attira milioni di persone, di personaggi straordinari che solo in India puoi trovare e che io fotografo in maniera maniacale quasi a voler emulare Raghu Ray. Ma anche se non sono all’altezza di cotanto fotografo, riporto in Italia un bel numero di foto “vive”, che ti trasmettono un non so che di magico, di mistico, addirittura guardandole sembra di respirare il profumo dei fiori, dell’incenso, del sandalo…
Puri è nota per le sue spiagge, ma anche per la presenza di un villaggio di pescatori, costituito da capanne sprovviste di servizi igienici. Gli abitanti vivono sommersi dall’immondizia, usano la spiaggia ed il mare come discarica e come toilette: gli uomini coperti solo da un perizoma, i bambini seminudi, le donne impeccabili nei loro sari multicolori, l’orecchino al naso ed il bindi in mezzo alla fronte, tirano a campare con il ricavato della vendita del pesce. L’unico tratto di spiaggia accessibile è a qualche chilometro da questo villaggio: anche qui è consuetudine allestire un mercato pomeridiano-notturno, con rivendita di pesce, frittelle e dolci in vecchi baracchini ridipinti in azzurro e bianco utilizzati dagli occidentali negli anni cinquanta come distributori di gelati da passeggio.

Da Puri con un altro volo interno ci trasferiamo in una città, Hyderabad, capitale dell’Andhra Pradesh che merita assolutamente di essere visitata. Non è la solita città indiana, ma un connubio di civiltà indo-araba-mussulmana. Ne è la prova la presenza di minareti, di moschee accanto ad immagini di Ganesha, Shiva, di donne coloratissime e di donne con il chador.
Che bellezza vedere questo miscuglio di nero mussulmano e di chiazze di colore, magari abbracciate tra di loro, in giro per il famoso mercato Charminar, chiamato da tutti con il nome dell’ enorme portale con quattro minareti costruito come talismano a protezione della città. Il mercato è un misto dei suk dei paesi arabi e dei bazar orientali, scintillante di braccialetti di vetro colorati, di monili arabeggianti accanto a tessuti e sete indiane, a perle, argenti, ottoni, profumi, spezie… Charminar è diventato l’emblema della città e ne ha varcato i confini, tant’è che il nome e l’immagine di questo “arco” appare sui pacchetti di una delle più note marche di sigarette e su antiche monete indiane.

Da Hyderabad in aereo ci trasferiamo a Goa, questa volta a North Goa, più famosa di South Goa, perché meta negli anni sessanta di artisti famosi e dei cosiddetti “figli dei fiori”, che della spiaggia di Anjuna hanno fatto un mito, il ritrovo degli hippy festaioli, il simbolo della droga e del sesso libero.
Oggi di tutto questo non è rimasto più niente. A cercare di far rivivere il mitico periodo, scovi qualche patetico ormai sessantenne, tatuato, con il codino, che tutti i mercoledì mattina si mescola ai goani, a donne in costume tibetano in un coloratissimo mercato, diventato ormai solo un’attrazione per turisti.
Spiagge incontaminate si estendono per oltre cento chilometri a nord ed a sud di Panagji che del piccolo stato di Goa è la capitale: spiagge bellissime, silenziose, orlate da palme ricurve, con deliziosi forti in stile portoghese, retaggio di tale dominazione. A Panagji sembra rivivere un pezzetto di Portogallo, con le case dipinte con colori pastello e le chiese cattoliche di un bianco abbagliante. Ma anche qui, l’India non si smentisce: accanto al crocefisso, trovi le offerte votive, il cocco, le banane, i fiori che sono esclusiva dei templi induisti.

La nostra ultima meta è Bombay, dove mi sembra di tornare a casa. Giriamo senza guida, ma non abbiamo nessun problema neanche ad entrare nel tempio di Mumbadevi, da cui il nome di Mumbai, affollatissimo quel giorno perché la festa di tutta la città e della dea che ne è il simbolo. I fedeli ci fanno largo senza chiedere nulla, solo perché capiscono che siamo turisti, anzi ci ringraziano di essere a Mumbai, ma soprattutto nel loro tempio. Ecco, in antitesi con il tempio induista di Calcutta, qui regna la gioia, la serenità, i fiori non sono rosso sangue, ma gialli, bianchi, arancioni, la gente sorride in fila ordinata sotto un sole cocente. Il tempio è situato nel cuore pulsante di Bombay, nel Chor Bazar, il mercato dei ladri, precisamente nello Zaveri Bazar, la strada dei gioiellieri, che qualche anno fa fu teatro di un attentato. Mi diverto a curiosare nelle varie botteghe stracolme di bronzi, ottoni, mobili antichi, statue e statuette delle loro divinità, provenienti o da case private o da templi. Ma non si tratta di furti, a dispetto del nome del bazar. Diciamo che ogni tanto le statue vengono rinnovate o, in occasione della puja, buttate in mare. Non posso fare a meno di acquistarne una di Ganesh, che oggi adorna un angolo della mia casa.
Visto che è già la seconda volta che soggiorno a Bombay, decido di scoprire la Bombay meno turistica e con gli altri ci facciamo accompagnare in taxi al Banganga Tank. Situato vicino al mare, è costituito da un bacino sacro per le abluzioni, circondato da tempietti dedicati a Shiva, Ganesh, Visnu, tutti pulitissimi, ricolmi di fiori. Ci fa da guida improvvisata un abitante del quartiere, che si meraviglia ogni qual volta riconosco il dio a cui è dedicato il tempio. Sgrana gli occhi quando gli regalo 50 rupie. Per loro è l’equivalente di quasi un mese di lavoro, per chi ce l’ha, per noi è poco più di una pizza margherita. Prende i soldi, bacia la moneta, ringrazia Shiva e congiungendo le mani ci rivolge un calorosissimo “namaste”, ancora incredulo per la fortuna che gli è capitata.
La cosa più affascinante di questo piccolissimo quartiere è la sua particolare collocazione in mezzo a grattacieli newyorkesi modernissimi, un’oasi di povertà in mezzo alla ricchezza. E questa ricchezza e questo lusso esplodono al Taj Mahal, albergo di Colaba situato di fronte al Gateway of India, cioè La porta dell’India. Oggi tale porta non è più il punto di arrivo e di ingresso all’India via mare, ma è il punto di partenza di varie imbarcazioni che in poco meno di un’ora ti portano all’isola di Elephanta dove è possibile ammirare 4 bellissimi templi scavati nella roccia tutti dedicati a Shiva.
Per tornare al Taj Mahal, che porta lo stesso nome del più famoso monumento dell’India fatto erigere ad Agra da un imperatore in ricordo di un amore bellissimo ma brevissimo, strana ne è la storia. Fu fatto costruire dal capostipite della famiglia Tata, industriali conosciutissimi in tutta l’India. Indispettito perché mandato via da un altro albergo in quanto parsi, lo volle il più lussuoso possibile a dimostrazione della sua potenza. Alla parte antica fu poi aggiunta una torre moderna non meno imponente del corpo principale: il panorama che si gode dai piani alti è incomparabile.
Un viavai incessante di gente anima il piazzale antistante il Gateway, carrozzelle con decorazioni pacchiane in argento ed oro sostano in attesa di turisti vogliosi di percorrere non con il solito taxi Marina Drive fino a Chowpatty Beach. Questa è la spiaggia più famosa di Bombay. E’ sconsigliata la balneazione ma è consigliata una passeggiata al calar del sole, quando indovini, contorsionisti, acrobati, venditori di paccottiglia, pulitori di orecchie, barbieri, mendicanti professionisti, gente comune comincia ad affollarla fino a tarda notte, consumando pasti caldi preparati nelle innumerevoli bancarelle ad apertura notturna. La spiaggia così si trasforma in una specie di fiera, un po’ come la piazza di Marrakech, e se se ne avesse il coraggio , sicuramente si potrebbero assaggiare i migliori pakora e i più deliziosi samosa, spuntini tipici indiani, o il miglior gelato al pistacchio che in lingua locale si chiama kulfi.
Trascorriamo l’ultima sera cenando in uno dei migliori ristoranti di Bombay, già sperimentato nel viaggio precedente, su segnalazione del proprietario di una “boutique”, boss della zona, che parla e comprende l’italiano.
Ritorniamo in albergo per recuperare i bagagli e ci troviamo nel bel mezzo di flash, di cineprese, di signore in sari di Benares con preziosissimi ricami che scendono da auto lussuosissime, di uomini vestiti all’occidentale sicuramente griffati: mi chiedo chi siano, se sia una festa in onore del più grande direttore d’orchestra indiano Zubin Metha, nativo di Bombay ed ora alla guida del “Maggio Fiorentino”, ospite dell’albergo con i suoi orchestrali. Chiunque siano, è come essere in un film, in un’atmosfera dorata, patinata, hollywoodiana, al di là della strada… la miseria.

Lake Palace

Non riesco a scrivere niente altro che non sia sull’India!

Sono stata a Cuba, in Messico, in Iran, in Egitto, mete altrettanto belle ed affascinanti, forse qualcuna un pò meno come la tanto sponsorizzata Cuba, ma non tali da suscitare emozioni anche al solo pensiero.
La mia prima volta in India è stata nel 2000, viaggio organizzato da mio marito Giorgio, ostacolato fortemente da me, che dell’India mi ero fatta un’idea completamente sbagliata. Forse ero stata influenzata da persone, i tipici Turisti e non i veri Viaggiatori, che ritornate da lì, descrivevano solo la povertà, la sporcizia, la desolazione, non comprendendo quale sia la vera bellezza dell’India. La bellezza della gente che pur non avendo niente sorride sempre alla vita!
Ho un ricordo vago dell’aeroporto di Delhi, brulicante di persone, fumoso, con un’aria irrespirabile, quella che ti accompagnerà sempre da nord a sud, un misto di fiori, spezie, incenso, sandalo e fogna.
La tentazione immediata è quella di riprendere l’aereo e di ritornare indietro subito, ma se resisti non te ne pentirai, magari riuscirai a creare una sorta di complicità, un legame strano, quasi un cordone ombelicale difficile da tagliare.

Il nostro viaggio prevedeva il tour del Rajasthan rivisitato e corretto avendolo costruito “su misura”, con appendice a Kajouraho e Varanasi, una delle città sacre, meta degli Induisti che nel fiume Gange, chiamato Madre Ganga, si purificano, raggiungendo il karma.

Da buoni occidentali, avevamo previsto i pernottamenti nei palazzi dei maharaja, ex sontuose residenze trasformate in lussuosi alberghi di grande fascino, di enorme charme, con un non so che di misterioso e di esotico. Una meraviglia!

Certo, fortissimo è il contrasto tra la povertà da una parte e lo splendore e lo sfarzo dall’altro! Ma l’India è così: convivono miseria e ricchezza nello stesso vicolo, nella stessa strada, con incredibile naturalezza.

E così, sia a Jaisalmer, che appare come un miraggio dopo chilometri di deserto abbarbicata su uno spuntone di roccia, che a Bikaner, che a Jodpur la “città blu” che a Jaipur la “città rosa” ci beiamo di vivere come in un sogno tra sete, organze, affreschi, arazzi, intarsi, mobili, tutto di una bellezza mozzafiato.

Ed arriviamo a Udaipur la “città del sole nascente”, forse la città meno conosciuta dai più e forse anche la più piccola ma senz’altro la più deliziosa e la più affascinante e ci arriviamo il giorno del mio compleanno. Ma non è stato un caso… Tutto studiato da Giorgio, inconsapevole artefice di questo mio amore per l’India. Sapevo che il nostro hotel sarebbe stato il Lake Palace, ex residenza estiva dei potenti maharaja, sapevo che era considerato uno dei sette alberghi più belli e prestigiosi del mondo, ma non potevo certo immaginare quello che di lì a poco avrei visto!

Il pulmino, attraversata Udaipur, facendosi largo tra vacche lente e padrone della strada, cani, pedoni indisciplinati, carretti, bici, si dirige verso il lago Pichola. Resto senza fiato. Dalle acque sembra emergere questa costruzione candida, bellissima, che sembra una nave. Ammutolita, mi lascio trasportare dalla piccola imbarcazione messa a disposizione dall’albergo, scattando foto su foto, 10, 20 foto, forse per la paura di non riuscire a cogliere e riportare in Italia tutta la magia di quel posto. Cinque minuti di barca ed ecco che attracchiamo, entriamo nella hall.

E mi vengono incontro con una torta! Stupefatta e stordita, non riesco neanche a ringraziare nel mio stentato inglese, mi guardo intorno ed ammiro ogni angolo, cercando di memorizzare il più possibile di questo posto incantato. L’albergo è a pianta rettangolare, costruito attorno ad un magnifico giardino, un’esplosione di profumi e di colori, che ti inebriano, quasi ti drogano. La nostra camera, al piano terra, è a pelo d’acqua. Dalla piccola piscina rivestita di marmi e riparata da un albero di mango, si gode un panorama incomparabile: si vede il City Palace, ex residenza fortificata trasformata in museo che domina dall’alto della collina, si intravede il Tempio dell’Elefante, magnifico nella sua semplicità. Dalle terrazze dell’albergo, arredate con divani e tavolini indiani, ridondanti di colori e di decorazioni dorate, lo sguardo si perde nel lago fino a scorgere un piccolo isolotto, trasformato anni prima in set per il film “Octopussy”. L’atmosfera diventa ancora più surreale quando, al calar del sole, il palazzo viene illuminato. Lo ammiro dalla terraferma, estasiata, incredula che tanta semplice bellezza possa evocare emozioni così forti…
Mi ritrovo nella sala da pranzo, accolta da un cameriere che mi offre un mazzo di fiori profumatissimi, intonando insieme all’orchestra la tipica canzone di auguri. Nessuna parola è adatta a descrivere il mio stato d’animo in quel momento!
Mi rimane solo un bellissimo ricordo, indelebile…

Maha Kumbha Mela

Di tutti i viaggi che ho fatto in India, circa venti, sicuramente quest”ultimo ad
Allahabad, dove tutt’ora si sta svolgendo il Maha Kumbha Mela, è quello che più mi ha suscitato emozioni, mi ha fatto riflettere e capire quanta devozione abbiano gli induisti.
Letteralmente Kumbh o Kumbha è il vaso di terracotta, ma anche il segno
dell”Acquario, Mela è il raduno ed è il più importante pellegrinaggio indù.

Le origini del Kumbha Mela sono antichissime.

Nella mitologia indiana, si dice che durante il combattimento tra gli Dei ed i Demoni per il possesso del nettare dell”immortalità, o AMRTA, il vaso si ruppe e quattro gocce caddero sulla terra, dando origine a 4 città divenute sacre, Allahabad o Prayag, Haridwar, Nasik ed Ujjain.

A turno, ogni tre o quattro anni, le cui date sono calcolate secondo una speciale combinazione zodiacale, del Sole, della Luna e di Giove, queste città ospitano un piccolo Kumbha Mela, per culminare ogni 12 anni nel Maha Kumbha Mela ad Allahabad, dove si riversano milioni di pellegrini, che per purificarsi dai peccati , si immergono nelle acque di Madre Ganga.

Allahabad assume particolare importanza, in quanto qui confluiscono 3 fiumi sacri, il Gange, lo Yamuna ed il Saraswati, oggi praticamente inesistente, in un punto chiamato Sangam.
Nasik, bagnata dal fiume Godawari e Ujjain bagnata dal fiume Shipra
di solito ospitano un Kumba Mela che non raggiunge mai le proporzioni di grandiosità e di affluenza di Allahabad ed Haridwar.
Dunque quest’anno, io e mio marito Giorgio abbiamo deciso di non mancare
all”appuntamento con il Kumba Mela, scegliendo come data il “bathing” del 6 febbraio.
La sistemazione nelle “tende di lusso” ha lasciato molto a desiderare e non consiglierei a nessuno di alloggiare nelle tendopoli attorno al Sangam, ma di preferire un albergo in città.
La posizione geografica di Allahabad, che si trova a sud di Delhi e
a 150 Km della più conosciuta Varanasi o Benares, introdotta nei circuiti turistici, è tale che in questo periodo determini escursioni termiche di oltre 15 gradi. Usciti di buon ora dalla tendopoli, vediamo questa enorme “spianata” avvolta nella nebbia e come in un girone dantesco cominciano ad apparire sadhus, donne , bambini che la mia macchina fotografica ha cercato di catturare. Penso che le immagini parlino più delle parole. Perciò se avete voglia di perdere qualche minuto vi auguro buona visione.

GALLERIA IMMAGINI.

Viaggio nel Karnataka

FEBBRAIO 2011: atterriamo a Goa, con un volo proveniente da Doha, capitale del Qatar. Ottimizziamo il nostro tempo e prima di partire in taxi alla volta del Karnataka, facciamo incetta di argenti, stoffe e spezie al Flea Market, famosissimo mercato delle pulci che si svolge ogni mercoledì ad Anjuna.

Decidiamo di trascorrere la prima notte a Gokarna, non tanto per vedere i templi indù che non sono niente di speciale, ma solo per avventurarci alla ricerca di OM BEACH, chiamata così perché a forma di OM. Per chi non lo sapesse, OM è un mistico suono sacro di origine Hindù, comunemente rappresentato come un 3. Ed è a forma di un 3 rovesciato questa OM BEACH, a cui si accede tramite un sentiero scosceso, faticosamente trovato. Un solo ristorante con annessa qualche camera, pochi turisti, una bancarella che vende variopinti parei : questo splendido posto non offre mondanità né calca, ma solo il rumore delle onde che si infrangono sulle rocce che separano le due insenature.

Partiti l’indomani per Hampi, vi arriviamo la sera tardi, non consapevoli che qui in Karnataka più che altrove, le strade sono strette, dissestate e trafficate. Più ci avviciniamo alla meta, più ci sembra di essere tornati indietro nel tempo, un po’ come nel Rajastan.

Hampi sorge lungo le sponde del TUNGABHADRA RIVER. Il luogo di maggiore attrazione è il VIRUPAKSHA TEMPLE, ma non meno spettacolari sono le statue giganti di Ganesh e le rovine di VIJAYANAGAR. Siamo quasi obbligati a seguire parecchi turisti ( tutti indiani ) alla sommità di un belvedere, da dove avremmo dovuto ammirare un tramonto eccezionale. Niente di tutto questo !

La seconda meta è Badami, famosa per i templi rupestri costruiti nelle rocce. Questi templi testimoniano tutte le religioni sviluppatesi in India: due di questi templi , infatti , sono dedicati a Vishnù, uno a Shiva, uno è giainista ed uno buddhista. Le grotte si affacciano su un bacino, alla cui sommità nord sorgono i templi di BHUTANATHA.

Basta solo un giorno per concludere il giro in questo tranquillo paese rurale e pertanto decidiamo di spingerci fino a Bijapur. Per nulla attraente, è disseminata da segni dell’architettura musulmana: sorgono infatti moschee, fortificazioni e mausolei. Il più famoso forse per la sua cupola seconda al mondo per dimensioni è il GOLGUMBAZ, ma senz’altro il più bello è il mausoleo di IBRAHIM ROZA.

Tra un mausoleo e l’altro ci concediamo un MASALA CHAI, tè alle spezie tipico dell’India, variabile di gusto a seconda della quantità e della miscela delle spezie.

Orbene ricorderò BiJapur pèer aver gustato il miglior MASALA CHAI in senso assoluto, serviti in bicchieri di latta in un posto, di cui non so assolutamente il nome, ma che ricordo non brillava in fatto di pulizia. Se decidete di andare in India e di frequentare i veri locali indiani, non dovete assolutamente pensare a come vengono lavati i piatti o come vengono lavate le verdure.

Altrimenti fate un viaggio a 5 stelle !

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Amritsar ed il Golden Temple

Da molto tempo desideravo andare ad Amritsar e vedere dal vivo il famoso Tempio d’oro dei Sik , meta mai inserita nei pacchetti viaggi turistici non perché non sia degno di una visita, tutt’altro, ma perché scomodo da raggiungere. Si trova, infatti, a trenta chilometri di distanza dal confine con il Pakistan, a circa 500 chilometri a nord – ovest di Delhi , raggiungibile in neanche 45 minuti di aereo. Già i passeggeri del volo diretto ad Amritsar, tutti Sik , ti fanno pensare che incontreremo pochi turisti ed avremo anche delle difficoltà linguistiche non indifferenti. Nonostante l’inconveniente , che  però in India è la normalità , di non aver trovato il taxi prenotato insieme alla camera d’albergo, riusciamo a farci capire e a farci portare in città. E qui la prima sorpresa. Il taxi non può entrare nell’ area del tempio e di conseguenza non possiamo arrivare all’albergo che si trova proprio di fronte all’ingresso principale del Golden Temple. Stanchi per i voli trasciniamo le valige tra la folla brulicante, prima di capire che possiamo farci trasportare dai rikshaw autorizzati ad attraversare l’area protetta. E qui seconda sorpresa !  Sono rikshaw elettrici e io non li ho mai visti da nessuna  altra parte !!!!! Sembra quasi assurdo trovare questa novità in un posto dove la mattina  lo smog la fa da padrone e dove la tecnologia sembra essere rimasta indietro di anni. Finalmente arriviamo in albergo . Tempo di depositare i bagagli ed usciamo immediatamente per non  perdere la visione pomeridiana e notturna del tempio.

“Keep  your shoes  here “ campeggia sull’ingresso principale , per cui lasciamo le scarpe ed entriamo in religioso silenzio e con il capo coperto . Pochi passi ed immergiamo i piedi in una specie di canale con l’acqua , sempre pulita, quasi fosse una purificazione esterna prima di entrare in questo posto sacro. Lo spettacolo che si presenta ai nostri occhi scendendo la gradinata è unico. In mezzo al bacino circondata dall’acqua si erge una costruzione magnifica , d’oro, che i vari servizi fotografici o le trasmissioni televisive non rendono giustizia. Ti manca il fiato e giù a scattare foto da ogni angolazione e a tutte le ore, in modo da riprendere questo posto anche di notte , quando le luci accese lo fanno brillare e specchiare nel lago . Camminiamo intorno al bacino sui pavimenti di marmo candidi del corpo principale senza calpestare nulla neanche un granello di polvere . Essendo venerdì sera, riusciamo a fare una coda umana per entrare all ‘interno del tempio a cui si accede attraverso una passerella. Che spettacolo una volta entrati !!! Oro, oro e solo oro , mai visto niente del genere . Ovviamente gli unici stranieri eravamo noi in mezzo a uomini con il tipico turbante variopinto, donne, bambini, tutti composti e in silenzio . Vorrei stare ancora dentro visto che il tempio è aperto 24 ore su 24 ma la stanchezza e la fame hanno il sopravvento. Qui c’è poco da scegliere . Sono tutti vegetariani e non bevono alcool.  Decidiamo di seguire il consiglio del receptionist dell’albergo ed andiamo in un ristorante molto piccolo vicino all ‘altro ingresso del tempio. Ordiniamo i dosa, il daal e i pakora, che ci vengono serviti in quantità gigantesche e che non riusciamo neanche a finire. Ma che delizia!

Dal ristorante dell’albergo all’ultimo piano mentre gusto il masala chai per colazione ammiro la cupola del tempio scintillante al sole che comincia a farsi strada tra la nebbiolina . Ritorniamo al tempio per goderci lo spettacolo mattutino ma essendo sabato la coda per entrare dentro è lunghissima ed anche il numero dei pellegrini è quintuplicata rispetto al giorno prima.

Ci sono tanti posti da visitare in India e penso che difficilmente o per lo meno non a breve scadenza torneremo nel Punjab, per cui decidiamo di fare un tour della città per poi finire la giornata al confine con il Pakistan ed assistere al cambio della guardia .

Il tassista e guida insiste per farci vedere un Golden Temple in miniatura , regno però dei religiosi Indù , ma onestamente dopo avere ammirato quello Sikkista, questo ti lascia indifferente.

Ultima tappa l’India – Pakistan border , per il cambio della guardia alle 5,30 p.m. Gremitissimi gli spalti da ambo gli Stati, coreografie molto belle, ma a me ha dato più l’impressione di uno spettacolo turistico. Era d’obbligo però venire fin qui , non fosse altro per fotografare i vecchi carretti ed i loro coreografici proprietari che vendono cibo da strada e qualsiasi altra cosa commestibile a coloro che ritornano verso le auto parcheggiate in appositi piazzali a più di un chilometro di distanza dal confine. L’atmosfera che respiro mentre mi faccio strada tra inebrianti profumi di spezie mi ha ricordato il Rajasthan del 2000, anno del mio primo viaggio in questo continente che non ha mezzi termini, o è bianco o è nero, o ti piace o non ti piace, o ti emoziona o ti lascia indifferente, ma che per me è difficile da dimenticare.

Bombay, l’altra faccia dell’India

Scendo dall’aereo dopo circa otto ore di volo un po’ stordita ed un po’ annoiata, entro nel Sahara Airport e già capisco dalla pulizia, dall’ordine e della sbalorditiva efficienza agli sportelli cambia-valuta che non sono nè a Delhi nè a Madras…
E questo mi viene confermato anche all’uscita: il piazzale è completamente pieno di taxi, tutte Fiat 1100 D nere con il tetto giallo, lucide, apparentemente integre, pronte a sfrecciare verso il centro di Bombay. Ma dove sono finiti i tuc-tuc, moto-api travestite da taxi, che affollavano le strade sia al nord che al sud e che insieme alle bici-risciò costituivano gli unici mezzi di trasporto per noi turisti? Ci sono anche a Bombay, ma, pensate, per motivi anti-inquinamento possono sì circolare all’esterno della città, ma non oltrepassare un limite stabilito, cosa concessa solo ai taxi, che per lo stesso motivo sono provvisti di impianto a gas!
Mi meraviglio di non respirare il “profumo di India”, un misto di incenso, di fiori, di spezie e di fogna a cielo aperto: tutto sommato mi manca, mi manca perchè è il segno tangibile che sei in questo Paese e che è presente da Jaipur a Tanjore, da Varanasi a Cochin. E mi manca anche tutta quella gente fuori dall’aeroporto che non si sa bene cosa faccia nonostante le ore piccole, che parla sdraiata per terra o meglio accoccolata in posizione senz’altro scomoda, mastica bethel e ti guarda con curiosità. Sì di gente che “cazzeggia” ne trovi, ma in numero nettamente inferiore rispetto alle altre metropoli. Viene spontaneo chiedermi: vuoi vedere che finalmente qui gli uomini lavorano? Sicuramente dal numero di taxi che vedo a Bombay, tantissimi hanno una occupazione e, di conseguenza, un tenore di vita decoroso. Me ne rendo conto, vedendo anche sfrecciare automobili nuovissime di marche strepitose, dalle Mercedes alle Citroen, guidate da persone abbigliate all’occidentale dall’aria manageriale.
Gironzolando per la città, arrivo in un immenso piazzale, dove sventolano milioni di indumenti stesi al sole. Mi dicono che sono le “Lavanderie centrali” di Bombay. Vi lavorano soltanto gli uomini e penso che il motivo sia perchè è troppo faticoso: per tutto il tempo che sono stata lì a scattare le foto, i lavandai non hanno mai smesso, ciascuno nel proprio box, di sbattere i panni sulle pietre! Ecco, mi dico, qui non incontrerò le donne che lavano i sari in qualsiasi pozza d’acqua, se non addirittura nei laghi o nei fiumi, per poi distenderli ad asciugare in strada o sui ghat!!!
Che non è l’India a cui sono abituata lo avevo capito subito, ma risulta ugualmente piacevole e rilassante nonostante i clacson incessanti ed il rumore trovarsi lì. Non è possibile spiegare il perchè ti senti bene in una città che potrebbe essere benissimo Napoli: è una sensazione di libertà, di serenità che ti pervade e che ti contagia.
Ritrovo e respiro il “profumo di India” al Bazar, dove mi faccio accompagnare per poche rupie da uno dei tanti tassisti… E’ un vero e proprio labirinto: sono nel Chor-Bazar, letteralmente il “mercato dei ladri”, dove pare tu possa ritrovare quello che ti è stato rubato! C’è la strada dove si vendono gomme per auto, presumibilmente, visto il nome del posto, provenienti da furti, così come la miriade di pezzi di ricambio, di attrezzi, di radio, di televisori. Riecco i vicoli polverosi, senza asfalto, tipici del Nord, brulicanti di gente multicolore e multietnica; riecco qualche vacca, animale sacro per gli indiani perchè fonte di vita religiosa e non. A dire il vero non sono tante e non le trovi a vagare senza meta nelle strade principali e quelle che vedi non sono scheletriche ma in carne, a riprova che ci troviamo in un posto decisamente più ricco.

Proseguendo la visita, mi imbatto nella zona del mercato ortofrutticolo: è un piacere vedere tutti i prodotti della terra appoggiati su stracci o in ceste di vimini, invitanti sia per l’aspetto che per il profumo; è stupefacente vedere le spezie coloratissime sistemate a piramide immobili a dispetto della loro precaria stabilità, utilizzate dagli indiani sia come elementi indispensabili in cucina che come componenti di offerte agli dei. A proposito di dei, mi imbatto in un negozietto, stracolmo di statue di gesso di varie dimensioni, rappresentanti i più popolari dei del Pantheon induista. Non posso fare a meno di entrare e di uscire con un Ganesha, forse il più simpatico ed il più adorato insieme a Shiva, sicuramente il più invocato: come Dio dell’abbondanza, come Dio che rimuove gli ostacoli e preserva dai pericoli, è oggetto di preghiere da parte di tutti quelli che iniziano una attività e viene dipinto accanto alla porta di ingresso delle abitazioni di quelli che si uniranno in matrimonio, a voler simboleggiare una vita di coppia felice e senza difficoltà. Ecco perchè, essendo Ganesha rappresentato come dio mezzo uomo e mezzo elefante, l’elefante divenne sinonimo di porta-fortuna.
Proseguendo alla scoperta di Bombay, mi dirigo verso lo splendido lungomare e lo fotografo dalla sommità di un tempio jainista: il profilo dei grattacieli ti ricorda Miami. Senza voler togliere nulla a Miami, questo ti sembra più bello perchè è più vero, più a portata di uomo normale, anche quella zona frequentata dai divi del cinema che si fanno fotografare senza reticenze e senza lasciarsi troppo pregare. E sì, Bombay, in contrapposizione ad Hollywood, viene chiamata Bollywood: si producono più film all’anno che non negli studi americani, con la possibilità di assistere alle riprese e di parlare agli attori, cosa assolutamente non permessa oltreoceano vuoi per motivi di sicurezza, vuoi, diciamocelo, anche per mantenere le distanze.
Lascio per ultima la visita del tempio di Ganesha: vado presto per evitare la coda che il martedì, giorno propizio, può raggiungere anche le 24 ore di attesa. Compro una ghirlanda di fiori come offerta e rigorosamente a piedi scalzi entro nel tempio. Capisco subito che non sei considerata una intrusa. Già all’ingresso la scritta Welcome ti fa pensare che sarai accolta come uno di loro: i sorrisi si sprecano, sia del sacerdote che dei fedeli, vengo pervasa da un intenso profumo di incenso, dono la mia ghirlanda e ricevo in cambio una offerta di qualcun altro che Ganesha ha benedetto. Esco con in mano il dolcetto ed il fiore che mi è stato dato, pensando a come siamo diversi noi in fatto accoglienza.
Ecco, questa è Bombay, la più occidentale, la più tecnologica, ma che non dimentica di essere indiana.

Top Ten Beaches in Goa

Se decidete di andare a Goa, vi ho preparato una lista di quelle che ritengo siano le spiagge più belle.

1) ASWEM : situata nella parte Nord di Goa, a circa un’ora di taxi dall’attuale aeroporto Dabolim. Dico attuale, perché è in costruzione il nuovo aeroporto internazionale a Mopa, villaggio quasi al confine con il Maharastra. Il progetto è finalmente decollato, dopo anni di lotte e discussioni con gli abitanti del sud che considerano la nuova struttura un potenziale negativo per il loro turismo.

Le spiagge immense, bianchissime, orlate da cocchi e da una vegetazione lussureggiante e gli eco-resort le fanno meritare il primo posto nella mia classifica.

2) VAGATOR : è a nord di  Anjuna. Un promontorio la divide in due : piccola Vagator o Ozram e Vagator. Spettacolare la vista di Ozram dalla terrazza dell’Alcova Resort e di Vagator da un belvedere che si raggiunge dalla strada principale.

3) PALOLEM : situata al sud, ha una lunga spiaggia con capanni e bar in legno nascosti tra i cocchi. La sera tutto si illumina e sembra di essere in un presepe. Semplicemente stupendo.

Merita anche di essere vista anche la spiaggia di Patnem, che si trova al di la del promontorio.

4) ANJUNA : indubbiamente la più famosa, la più turistica, la più mondaiola. Fino all’alba c’è movimento, musica trans nei vari locali sulla spiaggia. Il mercoledì poi, giorno del FLEA MARKET , il villaggio si anima ancora di più e le stradine che portano alla spiaggia vengono invase da bancarelle di ogni tipo. Si può trovare sia l’oggetto prezioso che la paccottiglia e fino al tramonto è un viavai di gente, un tripudio di colori, di profumi di spezie, di odori di manghi maturi ma anche di fritto. E’ l’occasione buona per assaggiare i famosi SAMOSA ( potete trovare la ricetta nella sezione apposita ).

5) MORJIM : situata al Nord, prima di Aswem, sembra sia il posto preferito dalle tartarughe per deporre le uova, per cui è una spiaggia protetta. Pare che lì sia stato vietato l’uso dei lettini perché alterano l’habitat naturale  delle TURTLES.

Nuova al turismo, non ha nulla da invidiare alla vicina Aswem.

6) ARAMBOL : fantastica nella sua semplicità, a detta di molti è il nuovo paradiso degli hippys e dei fanatici dello yoga e della meditazione.

7) KERI o QUERIM : ancora sconosciuta, bellissima con il tempio sulla spiaggia ed il fiume Terekol che la separa dall’ultimo lembo di terra goana.

8) BAGA : situata prima di Anjuna, da cui è separata da un promontorio ,è raggiungibile anche in barca solo nei giorni del FLEA MARKET. Barcaioli al prezzo di 100 rupie andata e 100 al ritorno ,circumnavigano il promontorio, offrendo una visuale di Baga dal mare.

9) CAVELOSSIM : si trova al sud, ha una enorme spiaggia bianca talmente fine da sembrare borotalco.

10) CALANGUTE : bella spiaggia, ma priva di fascino. Frequentatissima , è piena di negozi e di ristoranti.

INDIA..una sola parola

 

Chi va in India per la prima volta o rimane sconcertato a tal punto da scappare per non tornare mai più, o rimane intrappolato , invischiato, risucchiato come nelle sabbie mobili.

Appena scendi dall’aereo, un’ondata di profumi nuovi ti assale, ti inebria e ti stordisce. Rimani ubriacato dall’effluvio di gelsomino e di ibisco, affascinato dall’incedere elegante delle donne  , abbagliato dai colori, accecato dal bianco della sabbia di Goa, dal blu del mare e del cielo del Kerala, dal verde smeraldo delle palme, dalle caleidoscopiche statue del tempio di Madurai,dal marrone del deserto del Thar, nauseato dall’ “odore dell’India “, un misto di sandalo, zenzero, cannella, fogna e fiori calpestati e marciti al sole nei templi.

E’ bello girovagare per l’ India, da Nord a Sud, da Est ad Ovest, per scoprire quello che il turismo di massa non ha ancora scoperto. Chi sceglie di andare in India infatti non lo si può chiamare turista, è il vero viaggiatore, che sa di potersi trovare in luoghi estremamente “estremi “, sacri, assolutamente unici, ma che ti colpiscono come un pugno nello stomaco !!! Eppure da questi luoghi vieni via con il “magone “, non sai perché, ma forse inconsciamente lo sai !!!!!E’ la serenità che veleggia, è la serenità presente anche in chi a Varanasi va per morire. E di questa serenità tu viaggiatore sei geloso, invidioso, perché tu non la possiedi o se la possiedi non sai usarla,frenetica come è la tua vita.

Cosa c’è di più bello che rimanere estasiati di fronte alla bellezza dei palazzi dei Maraja , sontuosi, ridondanti ricchezza e sfarzo, cosa c’è di più coinvolgente che entrare nei templi induisti durante la funzione religiosa e capire cosa sia davvero la fede, la devozione e la religione. E’ strabiliante vedere con quale amore tutte le mattine le statue di Ganesha, di Shiva, di Parvati, di Krisna vengono lavate ed inghirlandate, pronte ad essere trasportate in mezzo ad un bagno di folla durante la puja o ad essere buttate ogni anno in mare, ove possibile , accompagnate da un numero disumano di uomini, donne, bambini, vecchi, tutti pervasi da una devozione assoluta. E’ il risvolto mistico dell’India induista, jainista, sikkista, mussulmana, cristiana, ma che ha la capacità di far convivere in una stessa città religioni così diverse tra loro. E cosa dire dei Market presenti in ogni città , in ogni paese pur piccolo che sia, punto di ritrovo per qualsiasi tipo di acquisto, alimentare  e non, straripanti di frutta di ogni tipo, dalle papaie grosse come angurie grazie al sole quasi tropicale,ai manghi dolcissimi, afrodisiaci, di cui ne esistono 70 varietà , Alfonso ne è il migliore,ai cocchi dalla polpa straordinariamente deliziosa , alle banane  microscopiche dal gusto esilarante;   traboccanti di spezie dai colori sgargianti e sistemate a mò di piccole montagne immobili a tal punto da sembrare finte, di fiori profumatissimi, bazar che diventano nascondigli di ori, di argenti, di antichità preziose , di mobili ed anche di paccottiglia.

Bollywood, Mollywood, Tollywood : non sono scioglilingua, ma  la risposta indiana ad Hollywood. E’ così che vengono chiamate rispettivamente Bombay, Madras e Calcutta.  Questi nomi tanto odiati  perché retaggio inglese dovrebbero lasciare il posto definitivamente alle indianissime Mumbay, Chennai e Kolkata. Sembra impossibile che dagli studi cinematografici indiani che certamente per grandezza , per apparecchiature e scenografie impallidiscono di fronte a quelli hollywoodiani vengano sfornate tante pellicole da ridicolizzare il numero totale della produzione mondiale. E sembra ancora più impossibile che anche in città agonizzanti come Calcutta, la gente rinuncia a mangiare pur di non perdere la prima di un film. La maggior parte sono film musicali, con attori bellissimi come la ex miss mondo. La trama è abbastanza semplice: di solito sono saghe familiari quasi tutte a lieto fine. Le canzoni sono il life-motiv. Pare che la colonna sonora  venga messa in commercio  15 giorni  prima della uscita della pellicola nelle sale cinematografiche, in modo tale che gli spettatori  possano imparare  le canzoni e diventare vocalist insieme ai cantanti –attori durante la proiezione. Ma la cosa più curiosa è che tutti i cartelloni  pubblicitari sono rigorosamente dipinti a mano, assoluti capolavori frutto di intere giornate di lavoro,  vere e proprie opere d’arte ….Straordinario esempio di manualità, fantasia , senso del colore, del gusto, rimani incantato  guardando  la pubblicità del tè, del sapone e perché no, anche del ritratto di Sonia Gandhi all’epoca delle elezioni.

L’India è tutto ed il contrario di tutto, è la terra dei contrasti, è la terra dei ricchi che più ricchi non si può e dei poverissimi che hanno fatto delle strade la loro dimora. Tra tutte le città indiane, sicuramente Bombay è la città in cui è più evidente tale contrasto, ma è anche la città del futuro,  quella che in molti dicono diventerà la nuova Shangai. Accanto a grattacieli che non hanno niente da invidiare a quelli newyorkesi sorgono gli slum, sterminate baraccopoli che sorgono alla periferia di Bombay ; accanto a quartieri residenziali come Malabar Hill  affacciata  su Marina Drive e su Chowpatty Beach pullulano catapecchie abitate dalle comunità degli hjra. Strani personaggi, emarginati dalla società perché diversi, hanno fatto della loro diversità una forza, una potenza, nonchè un guadagno economico. Non c’è matrimonio che non abbia la presenza degli hyra come buon auspicio. Strade che annegano durante i monsoni si alternano a strade che emulano via Montenapoleone a Milano, gente che chiede l’elemosina si mescola e si amalgama con persone che usano il più recente e tecnologico telefonino, analfabeti convivono con le più alte menti ingegneristiche. Bangalore ed Hyderabad, quest’ultima ribattezzata Cyberabad, sfornano dalle loro università un numero impressionante di ingegneri e maghi del computer . Non a caso le più grosse multinazionali hanno trasferito tutto il loro lavoro in India. Non è solo il minor costo della mano d’opera ad aver dato a questo paese la possibilità di decollare verso un futuro irrefrenabile, ma soprattutto la competenza, l’efficienza e ,diciamocelo pure, il cervello di questi indiani, belli, solari, intelligenti.

Catering : parola inglese , in uso per indicare un servizio di pasto a domicilio, da noi divenuto un simbolo di snobbismo, di raffinatezza nei salotti  di facoltosi mondaioli. Ma forse nessuno sa che da decenni a Mumbay esistono i “dhabawalla”.  Una fitta rete di dhabawalla raccoglie dalla periferia di Bombay i contenitori pieni di pollo tandori, dhal , chapati, alo ghobi   e li porta fino alla stazione di Churchgate. Qui i thermos vengono consegnati ad altri dhabawalla, che provvedono a loro volta a portarli direttamente nelle mani dei destinatari ,  di solito  impiegati che non riuscirebbero a ritornare a casa a mangiare, visto l’enorme e caotico traffico. Ma la cosa straordinaria è che quasi tutti i dhabawalla sono analfabeti : come è possibile che fino ad ora non si sia mai registrato  un recapito sbagliato pur senza  destinatario né indirizzo sui contenitori? Indiani semplicemente ingegnosi. Un gioco di colori e di simboli compaiono sulle etichette ad indicare la zona, la via , l’ufficio e la persona. Una catena umana, possibile da osservare appostandosi alle 12 in punto nei pressi della stazione, trasforma i marciapiedi e le vie in un alveare : è uno spettacolo imperdibile quasi come la marea di circa sei milioni di pendolari che arriva la mattina a Victoria Station per riversarsi nei negozi o negli uffici.

In India non si butta via mai niente, tutto viene riciclato e riutilizzato senza neanche avere la raccolta differenziata. Ed ecco che lo sterco di vacca si ripresenta sotto forma di combustibile o di tegole per le case, i vecchi autobus inglesi , le bici e qualsiasi altro mezzo con le ruote sfrecciano stracarichi di gente per le strade di ogni città. Girovagando per i mercatini rionali è possibile imbattersi in ambulanti “ sui generis “alla guida di carretti dotati di volante, in vecchie macchine trasformate in ricovero per polli , in strampalati banchetti che vendono di tutto : da occhiali da vista a dentiere messi in disuso e pronti ad apparire come nuovi sul naso o in bocca a qualcuno !!! Sto proprio scrivendo, mentre guardo un vecchio calendario sponsorizzato da una casa farmaceutica produttrice soprattutto di farmaci per malattie oculari. Ogni mese riporta una foto di indiani o indiane diciamo di strada che indossano i più curiosi paio di occhiali. Gennaio è dedicato ad un venditore di spezie con turbante, che sfoggia un paio di occhiali da vista anni 50 quasi sicuramente non della gradazione giusta; febbraio mostra una straordinaria foto di un vecchio con occhiali da vista ed aggiunta di lente da sole da una parte e carta dall’altra ; maggio ha una splendida immagine di una vecchia donna con occhiali da sole tipo Audrey Hepburn con etichetta attaccata; dicembre penso regali la più bella foto in assoluto: una donna quasi sicuramente tibetana o del nord dell’India con un paio di occhiali da vista tenuti insieme da innumerevoli giri di corda…quando si dice l’ingegno…e la povertà…

India :  nome musicale, che evoca suoni dolcissimi di sitar …E la musica per gli indiani è fondamentale, fa parte di loro, sia essa scatenata come nei film, sia essa rilassante, come quella che accompagna ogni trattamento ayurvedico. La musica come veicolo di qualcosa che hanno dentro e che vogliono ti venga trasmesso…

India-ayurveda : è un binomio inscindibile, oggi più di ieri, forse perché lo stress quotidiano ti invoglia a ricercare la pace, la tranquillità, la mens sana in corpore sano. Nata duemila anni fa, la medicina ayurvedica, letteralmente  da ayu (vita) e veda (conoscenza),   insegna all’uomo a mantenere sani il corpo e lo spirito grazie ad una dieta alimentare corretta, all’uso di oli essenziali, all’utilizzo di colori , di profumi, la cosiddetta aromatoterapia, e di suoni. Curare lo spirito per curare il corpo attraverso la meditazione, lo yoga e mantenere in equilibrio etere, aria (energia vata), acqua, terra (energia kapha) e fuoco (energia pitta) sono alla base di questa medicina riscoperta dagli occidentali che invadono le coste del Malabar e del Kerala , dove si trovano i più bei centri ayurvedici, immersi e sommersi da palme e cocchi degradanti fin sulla spiaggia bianchissima.

Più parlo e più scrivo dell’India, più  aumenta la nostalgia ed il desiderio di ritornare lì , anche solo per pochi giorni, giusto il tempo per riempire gli occhi dei colori , i polmoni dell’aria  , ma soprattutto per liberare la mente …

Chi ha detto che esiste solo il mal d’Africa ? Esiste anche il mal d’India , invadente,  subdolo, che ti corrode , ti si insinua dentro, ti si annida fino a non lasciarti più…..