Cammino di Santiago

Consigli pratici e riflessioni su uno dei più famosi e importanti pellegrinaggi del cristianesimo fatto con le gambe di un pingue quasi sessantenne e con il cuore di un ateo.

Quando Giò si è messa a scrivere dei nostri viaggi devo confessare che la cosa mi ha “rosicato” un po’ e quindi, appena mi ha chiesto di scrivere qulcosa anch’io non ci ho messo più di un nanosecondo per accettare.  Non è stato, per me, nemmeno un problema di scegliere quale viaggio fra i tanti belli che abbiamo fatto, in quanto per me il Cammino di Santiago è stato il viaggio .

Chiedo scusa per la qualità delle immagini, che nel passaggio dalle diapositive hanno perso moltissimo. Con un po’ di calma mi prometto di tentare di migliorarle.

Buona lettura

Cap. I. i primi approcci    “Ogni grande viaggio comincia sempre con un piccolo passo

Il desiderio di percorrere il Camino è nato tanti anni fa nei primi anni ’90, quando non era ancora esploso il boom, leggendo un articolo su un giornale turistico  nel quale si descriveva il viaggio fatto da alcuni ragazzi in mountain bike lungo il percorso attraverso tutta la Spagna fino a Santiago di Compostela.

Pur essendo molto stringato in esso erano descritti dei luoghi sperduti e rimasti tali e quali da centinaia se non da migliaia di anni.

Per un appassionato di storia, soprattutto medioevale, quell’articolo è diventato uno stimolo irresistibile, che senza coinvolgere il contesto religioso o fideistico, è diventato sempre più intenso fino a costringermi a programmare il mio primo approccio al “Camino”.

Così, molti anni fa, approfittando delle vacanze pasquali, ho caricato mia moglie Giò, i miei figli Matteo e Paolo sulla mia potente Audi,  ho attaccato la roulotte e sono partito.

Evidentemente Santiago non era molto entusiasta della mia scelta, tanto che il viaggio è durato circa 100 Km. quando ho fuso il cambio automatico in una nuvola di olio bruciato. 

C’è voluto un anno prima di riuscire a trovare il tempo per ricominciare. Così, nelle vacanze dell’anno successivo, ho deciso di riprovarci. Questa volta senza figli ma con una coppia di amici che si sono aggregati dopo che mi hanno sorpreso a fotocopiare una cartina stradale e l’elenco dei “Paradores”. 

E’ necessaria una piccola divagazione per quanto riguarda i “Paradores de turismo”; essi sono hotel di prestigio, gestiti dallo stato spagnolo e collocati in edifici di rilevanza storica magnificamente restaurati. Ne esistono circa 100 in tutta la Spagna (vedi il loro sito). Lungo il Camino ve ne erano 3; ora 4. Avevo programmato le tappe in modo da fermarci ogni sera in uno diverso, dopo le prime 2  tappe di avvicinamento  in Francia. Ciò è già indicativo dello spirito con cui ho affrontato il viaggio : non pellegrinaggio o sofferenza , ma turismo, cultura e un pizzico di curiosità. 

Dopo Nizza, la seconda tappa è stata a Biarritz. E’ stata molto lunga, con sosta a Lourdes per toccare con mano ciò che rappresenta per un credente la fede ma anche rendersi conto del mercimonio che di essa se ne fa: strade intere di negozietti che vendono paccottiglia varia comprese bottiglie, statue e taniche piene di acqua; (a questo proposito è utile leggere cosa dice la guida Routard a proposito di questa fonte), candele di tutte le dimensioni e di tutti i prezzi, come se chi più paga più ha probabilità di ottenere un miracolo (molto democratico), stampelle appese alla roccia (qualcuno ha fatto notare però che non vi è appesa neanche una gamba di legno). Santiago è un pò più serio: per chi ci crede, si va non tanto per chiedere una guarigione o per un interesse personale, ma principalmente per ringraziare. Non vi è acqua benedetta nè ceri miracolosi, ma solo il piacere di contemplare la tomba dell’apostolo e ringraziare per aver avuto la forza per arrivarci. Senza contare il fatto che Il pellegrinaggio a Santiago dura da più di mille anni e non da un centinaio appena.

Come dicevo la seconda tappa è stata Biarritz. Nel pomeriggio abbimo visitato San Sebastian e cenato nel centro storico. Pesce buonissimo e, per la prima volta abbiamo assaggiato i “pimientos rellenos” : peperoni allungati e ripieni di merluzzo. Siamo tornati tardi alla sera a Biarriz e abbiamo alloggiato in un hotel di una catena abbastanza economica che si chiama Campanile. Stanchi e al pensiero che l’indomani si sarebbe dovuto affrontare la lunga tappa di attraversamento dei Pirenei al passo di Roncisvalle, siamo andati a letto subito. L’indomani mattina il commento è stato unanime “Abbiamo dormito benissimo, c’era un silenzio di tomba”. Il motivo di questo silenzio è stato chiaro quando siamo usciti dalla camera :  il balcone si affacciava direttamente su un camposanto!

Una volta scesi al posteggio ecco il primo segnale negativo: il tetto della macchina era ricoperto da un leggerissimo strato di ghiaccio. I commenti sono stati i più banali; ma cosa vuoi che sia; siamo in riva all’oceano; è solo l’umidità , ecc.

l Così cominciamo ad arrampicarci sulle prime pendici dei Pirenei. Man mano che si saliva  la cosiddetta “umidità” si infittiva sempre più. Mia domanda all’amico che guidava: ” hai portato le catene ?”- Risposta “ma non dire cazz…. , siamo a Pasqua !!”. Con fatica sempre più crescente la macchina arranca in mezzo alla neve. Non c’è nessuno !. C’e l’abbiamo quasi fatta, mancano pochi tornanti al mitico passo di Roncisvalle ed ecco che appare il solito “cretino” che si è bloccato con un camper nel bel mezzo di un tornante. Ci proviamo in tutte le maniere a sbloccarlo aiutati da pochi sopravvenuti ma non c’è niente da fare. Non ci resta che girare la macchina e ridiscendere! Alla sera abbiamo prenotato al Parador di Santo Domingo della calzada che è lontanissimo, dobbiamo arrivare al mare, entrare in Spagna da lì e risalire fino a Pamplona per poi finalmente incontrare l’agognato Camino e percorrerne il primo tratto fino a Santo Domingo. Santiago ancora non ci è molto amico !. A Puente de la Reina egli ci accoglie con i suoi attributi tipici, il mantello, il bastone con appesa la zucca, il cappello, la conchiglia. Santo Domingo della calzada è un paesino situato nel bel mezzo del Camino,  una vera icona , ma non mi dilungo su questi argomenti in quanto ne parlerò in seguito. Il Parador non è niente di speciale. 

La prossima tappa (senza inconvenienti particolari) e dopo una sosta a Burgos per ammirare la cattedrale, ci porta fino a Leon: Bella città, bellissima cattedrale, superbo il Parador ricavato dal medievale ospizio dei pellegrini.

Il giorno successivo si deve arrivare a Santiago di Compostela, meta finale del nostro viaggio. Dopo il piattismo della meseta fino a Leon, si comincia di nuovo a salire.   E ricomincia la neve !!!. Nuovamente a stento ci arrampichiamo su una stradina coperta di neve senza un’anima. In cima a questa salita vi sono un paio di paesini praticamente abbandonati. Il più famoso nei racconti di viaggio è Foncebadon. Nell’abbandonarlo superiamo un autentico pellegrino canadese a piedi, che arranca anche lui in mezzo alla neve. E al mio amico cosa viene in mente di fare ? chiama il pellegrino e gli fa il gesto dell’ombrello mentre lo lasciamo indietro. Indietro per poco in quanto dopo non più di 2 tornanti la macchina si blocca in mezzo alla neve. Chi ci dà allora una mano a spingerla ? Ebbene sì, il pellegrino!
Finalmente scendiamo nella vallata sottostante. Ci preoccupa però il tratto successivo: la mitica salita del Cebreiro che però è chiusa. Non so se è la sfiga che ci perseguita, se è Santiago che proprio non ci vuole,  oppure se siamo fortunati evitando di rimanere nelle nebbie del Cebreiro fino a ferragosto !

Ed eccoci finalmente a Santiago di Compostela. La città, abbastanza piccola, è permeata dal da 2 cose, dall’Università e da ciò che è attinente al Camino. Fra tutti i monumenti, il più importante è la cattedrale, enorme, ridondante di orpelli barocchi, ma quanto si entra il contrasto è impressionante, la primitiva chiesa romanica che è stata “rivestita” dalle strutture barocche,  è invece di una sobrietà e di una bellezza straordinarie!  Non posiamo sottrarci ai riti principali di tutti  che sono: mettere le dita  nei 5 fori presenti sulla base della statua di Santiago che accoglie i pellegrini nel portico della gloria ricavato fra le 2 facciate della chiesa e picchiare la testa contro il capo del personaggio alla base dello stesso pilastro; pare accresca l’intelligenza e ne abbiamo tanto bisogno !. L’altro rito è quello di salire dietro l’altare e di abbracciare da dietro un’altra statua di Santiago.

L’altro monumento incredibile si trova sulla stessa piazza della cattedrale ed è il Parador. Ricavato dal medievale ospizio dei pellegrini è bellissimo !. Da grossi signori abbiamo prenotato proprio lì. Abbiamo speso un pò, ma secondo me ne è valsa la pena.

L’indomani lasciamo Santiago, nostro personale Camino è finito. Ritorniamo verso casa concedendoci però altri giorni di viaggio molto belli e visitando altri paradores: Bayona, antica fortezza a picco sul mare, Cuenca con il vallone che divide il parador dalla cittadina con le sue case appese alla roccia (casas colgadas) e che sembrano sul punto di precipitare. Abbiamo cenato in una di queste case con travi in legno che scricchiolavano aspettandoci da un momento all’altro di cadere in fondo alla vallata.

Il parador successivo è stato quello di Segovia. Questa volta moderno, con un’architettura incredibile e con un altrettanto incredibile vista sulla città e sul famosissimo acquedotto romano. Durante la visita alla città, nel corso principale, il vento era fortissimo !  Volavano le tegole dai tetti. Il mio amico con una delle sue perle di saggezza ci consiglia di camminare rasente i muri e così si becca sulla schiena una vetrinetta di  cristallo piena di ninnoli anch’essi di cristallo che è volata via da un negozio !

La fine del viaggio si avvicina. L’ultimo parador è situato sui monti all’interno di Barcellona. Si tratta di un vero castello medioevale però con camere e bagni con idromassaggio. Mi faccio riconoscere subito in quanto geneticamente restio a leggere le istruzioni di qualsiasi cosa devo usare. Così a mezzanotte passata decido di farmi un bagno nella vasca idromassaggio e, senza appunto leggere le istruzioni appiccicate sulla vasca che raccomandavano  di non aggiungere bagnoschiuma, ce ne metto una bella dose. Lascio immaginare il seguito ! 

Il viaggio ed il secondo approccio al Camino è finito, si torna a casa pernsando di non tornarci più, ma ………. Mai dire mai !

3° approccio

Il fatto di non aver potuto vedere e percorrere due dei tratti più emblematici del Camino e cioè il passo del Somport e il passo di Roncisvalle mi rodeva nella mente da un bel po’, fino a quando mi sono deciso e sono partito in macchina con il seguente programma: dopo aver attraversato la Francia meridionale sarei entrato in Spagna attraverso il mitico Somport (per chi non lo sapesse, il passo del Somport attraversa i Pirenei più a sud di Roncisvalle ed è quello utilizzato nei secoli dai pellegrini provenienti dal sud dell’Europa, Italia compresa.  Una volta in Spagna avrei percorso tutta l’Aragona che corre parallela alla catena montuosa per poi risalire le balze di Roncisvalle e ridiscendere in Francia.

Questa volta mi ha accompagnato mio figlio Matteo. Dopo aver fatto una sosta per vedere le grotte di Lascaux  (magnifiche, ne vale la pena,  attenzione però a prenotare con largo anticipo perchè l’ingresso è a numero contingentato), e dopo aver fatto un’altra sosta a Lourdes (l’impressione non è cambiata), abbiamo cominciato ad arrampicarci lungo la dura salita pensando a quanta fatica avranno fatto quei poveretti in tutti questi secoli.

Una volta superato il passo la vallata del fiume Aragon è magnifica. Dopo una breve visita al San Juan de la Pena, risaliamo quindi nel pomeriggio verso Roncisvalle. Sosta obbligatoria in cima al passo per vedere il bellissimo ospizio e la collegiata. Non si può inoltre fare a meno di pensare all’epopea dei paladini e del sacrificio di Orlando. Qui la storia e la leggenda si mescolano in un coktail magico. Scendiamo dal passo che è già sera e ci fermiamo a cenare in un ristorantino consigliato dalla Routard appena dentro le mura di San Jan pied de Port. Mangio bene e bevo altrettanto. L’albergo Campanile che avevo già utilizzato e nel quale avevo lasciato tutti i bagagli è ancora molto lontano. Ci arrivo alle 2 di notte e mi accorgo di aver perso lo chiavi. Per inciso, gli hotel Campanile chiudevano la reception alle 10 di sera , quindi si poteva ottenere una camera se già si aveva la chiave o se ne poteva prendere una  con carta di credito ad una specie  di distributore automatico di chiavi. Ovviamente non c’erano più camere libere, per cui ho cominciato a girovagare senza documenti e senza bagagli, fino a quando ho trovato un altro albergo con l’insonnolito addetto alla reception che però ho faticato non poco a convincere spiegandogli le mie vicissitudini e che non ero il pedofilo di turno che  voleva portarsi in camera un ragazzino. Alla mattina seguente sono partito per tornare a casa, beninteso dopo aver pagato la camera e anche quella del Campanile per ritirare i bagagli. ” 2 camere per una notte sola.!

4° approccio

 Pensate che l’ultimo giretto lungo il Camino mi avrebbe soddisfatto ?. Nemmeno per sogno, anzi il tarlo di farne almeno un pezzettino a piedi mi rodeva da qualche mese. C’è voluto poco a convincere mia moglie e così abbiamo deciso di provare a fare solo qualche tappa. La scelta del metodo col quale muoversi è descritta e spiegata in una “Pillola”. Da Tolosa in macchina raggiungiamo il passo del Somport, il “summum portum” degli antichi;  dormiamo in un piccolo rifugio proprio in cima e la mattina seguente partiamo a piedi (finalmente !). Appena partiti oltrepassiamo alcuni mucchi di pietre. Sono ciò che purtroppo resta del mitico rifugio di Santa Caterina. Pensare che nel medioevo era considerato uno dei più importanti rifugi per i pellegrini, insieme all’ospizio del Gran San Bernardo e l’ospizio di Gerusalemme. Superata la moderna stazione sciistica di Candanchu’,  il Camino si immerge in una foresta fittissima. Dopo la dura salita, la discesa lungo il rio Aragon dal Somport è bellissima. Arrivati a Calfranc, si respira già piena aria di Camino, infatti il paesino antico è disposto lungo una via centrale che normalmente è dedicata a Santiago e che è chiamata “sirga peregrinal”, questa sarà una caratteristica comune a moltissimi paesi lungo il Camino, ma lo stesso suo nome deriva da  “Campus francus” in quanto i suoi abitanti erano esentati dalle tasse ma avevano l’impegno di mantenere agibile il Camino. La meta è Jaca: bella città , con una bellissima cittadella e un altrettanto bel centro con una cattedrale splendida. Nella piazza di fronte alla cattedrale vi è un bar che offre delle tapas buonissime. Decidiamo di trovare un albergo lì vicino e dopo una riassestata di cenare proprio lì. Serata deliziosa , all’ombra della cattedrale , mangiando tapas di tutte le qualità e bevendo vino “rosado” buonissimo. Sarà la stanchezza o la fame che ci fanno apprezzare ancora di più queste cose. Il giorno successivo lasciamo Jaca purtroppo lungo la strada asfaltata tranne piccoli tratti. Ci fermiamo in un Hotel  con piscina, (peccato impraticabile data la temperatura polare della sua acqua). L’hotel non è niente di chè e  si mangia male; è situato appena superato un dosso chiamato “venta de esculabolsas”: posto dei ladri di borse! Da lì parte inoltre una deviazione per uno dei posti più belli e misteriosi di tutto il Camino: il santuario di San Juan de la pena. “Pillola” 

Inizia quindi un lungo tratto pianeggiante chiamato “La Canal de Berdun” dominato dall’omonimo paesino arroccato su una rupe. Superato il confine fra le provincie di Huesca e Saragoza si raggiunge il bacino artificiale di Jesa, al centro di dure polemiche fra le necessità di energie e l’opposizione degli abitanti dei piccoli paesini costretti ad abbandonare le loro terre e il loro lavoro. Poco prima della sua fine, si varca il confine con la Navarra. 2 Km. dopo si diparte lo stradino che sale al monastero di Leyre.

Lasciando Leyre alle spalle. si giunge alla fine del Pantano, allo sbarramento di Jesa, dopo di che  comincia una salita che porta a Javier.Foto 51. La località è nota perchè ogni anno si svolge una processione molto importante che sale da Jesa fino al castello una volta di proprietà di una nobile famiglia che ha dato i natali a san Francesco Javier, grandissimo missionario che svolse la sua azione soprattutto in India. Le sue spoglie sono infatti conservate a Goa. Superato il passo, la strada scende dolcemente fino a SanguesaDa qui si sono aggregati una coppia di amici (gli stessi del 1° viaggio)

Dopo Sanguesa il Camino sale dolcemente fino a Rocaforte. L’importanza di questo piccolissimo borgo è data dal fatto che uno dei più famosi pellegrini di tutti i tempi, San Francesco (quello più importante), avrebbe fondato proprio lì il suo primo monastero in Spagna.

Da Rocaforte il Camino sale fino ad un passo chiamato “alto de loti”. Il panorama è dominato dalle pale di numerosissimi generatori eolici. Sono talmente occupato a guardarle e a salire, che non mi accorgo ad un certo momento di essere nel bel mezzo di una mandria di mucche. Fossero però solo mucche, invece la mandria è comandatra da un enorme toro che ha tutta l’aria di essere il comandante del drappello. In quello stesso momento mi rendo conto che quella mattina ho indossato una divisa composta da pantaloncini e maglietta di un fiammante colore rosso !. Mentre il toro mi osservava incredulo di tanta stupidità e pensa se caricarmi o no, mi abbasso repentinamente in mezzo alle mucche e mi tolgo zaino e maglietta. Riemergo decisamente più anonimo e riesco a sorpassare indenne gli animali.

Il puzzo di merda è acutissimo. Non riesco a capire se sono i ricordi delle mucche, se invece proviene dalla vicina stalla o se sono io che me la sono fatta addosso !. Per fortuna non è la terza ipotesi.  

A  questo punto però è doverosa una breve dissertazione sulla merda!:

tranne l’attraversamento delle poche vere città, il Camino ha una connotazione e un’ambientazione decisamente agricola. Gli animali come vacche, pecore , asini, capre, galline ecc, sono normalmente liberi di camminare sia sul camino che sui pascoli adiacenti. E’ inevitabile che i loro ricordini siano presenti ovunque. Quando pure non sono presenti sulla strada , il loro profumo comunque proviene dalle stalle che normalmente si aprono su di essa. Corollario inevitabile è inoltre la presenza di milioni di mosche !. Per uno come me, di una certa età e nato in campagna, tutto ciò rappresenta un ricordo ancora vivo e tutto sommato accettabile, per chi invece è più giovane e proviene dalla città, riconosco che questo aspetto può certamente infastidirlo, ma si metta il cuore  pace perchè è inevitabile per tutto il Camino. Se poi, come giustamente fa notare PG Odifreddi, piove o è piovuto di recente, il fango delle strade si mescola al composto di cui sopra creando una poltiglia indefinita ma comunque ben odorante che non si riesce ad evitare.

Abbandonato il rio Aragon, la tappa successiva è Monreal, antigo borgo che conserva molte belle case e un bellissimo ponte. Poco più avanti, per ribadire il precedente argomento, fra Guerendian e Tiebas, vi è una piccola salita che bisogna fare di corsa in  quanto passa di fianco ad un porcile enorme dal quale proviene un puzzo incredibile e una nuvola di mosce iperagitate. Il Camino prosegue poi senza difficoltà in un paesaggio molto bello in direzione di Peuente della Reina. Poco prima di essa è obbligatorio fermarsi a visitare Eunate.

   GALLERIA IMMAGINI

Cammino di Santiago (1parte)

Consigli pratici e riflessioni su uno dei più famosi e importanti pellegrinaggi del cristianesimo fatto con le gambe di un pingue quasi sessantenne e con il cuore di un ateo.

Quando Giò si è messa a scrivere dei nostri viaggi devo confessare che la cosa mi ha “rosicato” un po’ e quindi, appena mi ha chiesto di scrivere qulcosa anch’io non ci ho messo più di un nanosecondo per accettare.  Non è stato, per me, nemmeno un problema di scegliere quale viaggio fra i tanti belli che abbiamo fatto, in quanto per me il Cammino di Santiago è stato il viaggio .

Chiedo scusa per la qualità delle immagini, che nel passaggio dalle diapositive hanno perso moltissimo. Con un po’ di calma mi prometto di tentare di migliorarle.

Buona lettura

Cap. I. i primi approcci    “Ogni grande viaggio comincia sempre con un piccolo passo

Foto 1. Il desiderio di percorrere il Camino è nato tanti anni fa nei primi anni ’90, quando non era ancora esploso il boom, leggendo un articolo su un giornale turistico  nel quale si descriveva il viaggio fatto da alcuni ragazzi in mountain bike lungo il percorso attraverso tutta la Spagna fino a Santiago di Compostela.

Pur essendo molto stringato in esso erano descritti dei luoghi sperduti e rimasti tali e quali da centinaia se non da migliaia di anni.

Per un appassionato di storia, soprattutto medioevale, quell’articolo è diventato uno stimolo irresistibile, che senza coinvolgere il contesto religioso o fideistico, è diventato sempre più intenso fino a costringermi a programmare il mio primo approccio al “Camino”.

Così, molti anni fa, approfittando delle vacanze pasquali, ho caricato mia moglie Giò, i miei figli Matteo e Paolo sulla mia potente Audi,  ho attaccato la roulotte e sono partito.

Evidentemente Santiago non era molto entusiasta della mia scelta, tanto che il viaggio è durato circa 100 Km. quando ho fuso il cambio automatico in una nuvola di olio bruciato. 

C’è voluto un anno prima di riuscire a trovare il tempo per ricominciare. Così, nelle vacanze dell’anno successivo, ho deciso di riprovarci. Questa volta senza figli ma con una coppia di amici che si sono aggregati dopo che mi hanno sorpreso a fotocopiare una cartina stradale e l’elenco dei “Paradores”. 

E’ necessaria una piccola divagazione per quanto riguarda i “Paradores de turismo”; essi sono hotel di prestigio, gestiti dallo stato spagnolo e collocati in edifici di rilevanza storica magnificamente restaurati. Ne esistono circa 100 in tutta la Spagna (vedi il loro sito). Lungo il Camino ve ne erano 3; ora 4. Avevo programmato le tappe in modo da fermarci ogni sera in uno diverso, dopo le prime 2  tappe di avvicinamento  in Francia. Ciò è già indicativo dello spirito con cui ho affrontato il viaggio : non pellegrinaggio o sofferenza , ma turismo, cultura e un pizzico di curiosità. 

Dopo Nizza, la seconda tappa è stata a Biarritz. E’ stata molto lunga, con sosta a Lourdes per toccare con mano ciò che rappresenta per un credente la fede ma anche rendersi conto del mercimonio che di essa se ne fa: strade intere di negozietti che vendono paccottiglia varia comprese bottiglie, statue e taniche piene di acqua; (a questo proposito è utile leggere cosa dice la guida Routard a proposito di questa fonte), candele di tutte le dimensioni e di tutti i prezzi, come se chi più paga più ha probabilità di ottenere un miracolo (molto democratico), stampelle appese alla roccia (qualcuno ha fatto notare però che non vi è appesa neanche una gamba di legno). Santiago è un pò più serio: per chi ci crede, si va non tanto per chiedere una guarigione o per un interesse personale, ma principalmente per ringraziare. Non vi è acqua benedetta nè ceri miracolosi, ma solo il piacere di contemplare la tomba dell’apostolo e ringraziare per aver avuto la forza per arrivarci. Senza contare il fatto che Il pellegrinaggio a Santiago dura da più di mille anni e non da un centinaio appena.

Come dicevo la seconda tappa è stata Biarritz. Nel pomeriggio abbimo visitato San Sebastian e cenato nel centro storico. Pesce buonissimo e, per la prima volta abbiamo assaggiato i “pimientos rellenos” : peperoni allungati e ripieni di merluzzo. Siamo tornati tardi alla sera a Biarriz e abbiamo alloggiato in un hotel di una catena abbastanza economica che si chiama Campanile. Stanchi e al pensiero che l’indomani si sarebbe dovuto affrontare la lunga tappa di attraversamento dei Pirenei al passo di Roncisvalle, siamo andati a letto subito. L’indomani mattina il commento è stato unanime “Abbiamo dormito benissimo, c’era un silenzio di tomba”. Il motivo di questo silenzio è stato chiaro quando siamo usciti dalla camera :  il balcone si affacciava direttamente su un camposanto!

Una volta scesi al posteggio ecco il primo segnale negativo: il tetto della macchina era ricoperto da un leggerissimo strato di ghiaccio. I commenti sono stati i più banali; ma cosa vuoi che sia; siamo in riva all’oceano; è solo l’umidità , ecc.

l Così cominciamo ad arrampicarci sulle prime pendici dei Pirenei. Man mano che si saliva  la cosiddetta “umidità” si infittiva sempre più. Mia domanda all’amico che guidava: ” hai portato le catene ?”- Risposta “ma non dire cazz…. , siamo a Pasqua !!”. Con fatica sempre più crescente la macchina arranca in mezzo alla neve. Non c’è nessuno !. C’e l’abbiamo quasi fatta, mancano pochi tornanti al mitico passo di Roncisvalle ed ecco che appare il solito “cretino” che si è bloccato con un camper nel bel mezzo di un tornante. Ci proviamo in tutte le maniere a sbloccarlo aiutati da pochi sopravvenuti ma non c’è niente da fare. Non ci resta che girare la macchina e ridiscendere! Alla sera abbiamo prenotato al Parador di Santo Domingo della calzada che è lontanissimo, dobbiamo arrivare al mare, entrare in Spagna da lì e risalire fino a Pamplona per poi finalmente incontrare l’agognato Camino e percorrerne il primo tratto fino a Santo Domingo. Santiago ancora non ci è molto amico !. A Puente de la Reina egli ci accoglie con i suoi attributi tipici, il mantello, il bastone con appesa la zucca, il cappello, la conchiglia Foto 3b.  Santo Domingo della calzada è un paesino situato nel bel mezzo del Camino,  una vera icona , ma non mi dilungo su questi argomenti in quanto ne parlerò in seguito. Il Parador non è niente di speciale. 

La prossima tappa (senza inconvenienti particolari) e dopo una sosta a Burgos per ammirare la cattedrale,

ci porta fino a Leon: Bella città, bellissima cattedrale, superbo il Parador ricavato dal medievale ospizio dei pellegrini.

Il giorno successivo si deve arrivare a Santiago di Compostela, meta finale del nostro viaggio. Dopo il piattismo della meseta fino a Leon, si comincia di nuovo a salire.   E ricomincia la neve !!!. Nuovamente a stento ci arrampichiamo su una stradina coperta di neve senza un’anima. In cima a questa salita vi sono un paio di paesini praticamente abbandonati. Il più famoso nei racconti di viaggio è Foncebadon. Nell’abbandonarlo superiamo un autentico pellegrino canadese a piedi, che arranca anche lui in mezzo alla neve.

E al mio amico cosa viene in mente di fare ? chiama il pellegrino e gli fa il gesto dell’ombrello mentre lo lasciamo indietro. Indietro per poco in quanto dopo non più di 2 tornanti la macchina si blocca in mezzo alla neve. Chi ci dà allora una mano a spingerla ? Ebbene sì, il pellegrino! 
Finalmente scendiamo nella vallata sottostante. Ci preoccupa però il tratto successivo: la mitica salita del Cebreiro che però è chiusa. Non so se è la sfiga che ci perseguita, se è Santiago che proprio non ci vuole,  oppure se siamo fortunati evitando di rimanere nelle nebbie del Cebreiro fino a ferragosto !

Ed eccoci finalmente a Santiago di Compostela.

La città, abbastanza piccola, è permeata dal da 2 cose, dall’Università e da ciò che è attinente al Camino.

Fra tutti i monumenti, il più importante è la cattedrale, enorme, ridondante di orpelli barocchi, ma quanto si entra il contrasto è impressionante , la primitiva chiesa romanica che è stata “rivestita” dalle strutture barocche,  è invece di una sobrietà e di una bellezza straordinarie!  Non posiamo sottrarci ai riti principali di tutti  che sono: mettere le dita  nei 5 fori presenti sulla base della statua di Santiago che accoglie i pellegrini nel portico della gloria ricavato fra le 2 facciate della chiesa e picchiare la testa contro il capo del personaggio alla base dello stesso pilastro; pare accresca l’intelligenza e ne abbiamo tanto bisogno!

L’altro rito è quello di salire dietro l’altare e di abbracciare da dietro un’altra statua di Santiago.

L’altro monumento incredibile si trova sulla stessa piazza della cattedrale ed è il Parador. Ricavato dal medievale ospizio dei pellegrini è bellissimo! Da grossi signori abbiamo prenotato proprio lì. Abbiamo speso un pò, ma secondo me ne è valsa la pena.

L’indomani lasciamo Santiago, nostro personale Camino è finito. Ritorniamo verso casa concedendoci però altri giorni di viaggio molto belli e visitando altri paradores: Bayona, antica fortezza a picco sul mare, Cuenca con il vallone che divide il parador dalla cittadina con le sue case appese alla roccia (casas colgadas) e che sembrano sul punto di precipitare. Abbiamo cenato in una di queste case con travi in legno che scricchiolavano aspettandoci da un momento all’altro di cadere in fondo alla vallata.

Il parador successivo è stato quello di Segovia. Questa volta moderno, con un’architettura incredibile e con un altrettanto incredibile vista sulla città e sul famosissimo acquedotto romano. Durante la visita alla città, nel corso principale, il vento era fortissimo !  Volavano le tegole dai tetti. Il mio amico con una delle sue perle di saggezza ci consiglia di camminare rasente i muri e così si becca sulla schiena una vetrinetta di  cristallo piena di ninnoli anch’essi di cristallo che è volata via da un negozio !

La fine del viaggio si avvicina. L’ultimo parador è situato sui monti all’interno di Barcellona. Si tratta di un vero castello medioevale però con camere e bagni con idromassaggio. Mi faccio riconoscere subito in quanto geneticamente restio a leggere le istruzioni di qualsiasi cosa devo usare. Così a mezzanotte passata decido di farmi un bagno nella vasca idromassaggio e, senza appunto leggere le istruzioni appiccicate sulla vasca che raccomandavano  di non aggiungere bagnoschiuma, ce ne metto una bella dose. Lascio immaginare il seguito ! 

Il viaggio ed il secondo approccio al Camino è finito, si torna a casa pernsando di non tornarci più, ma ………. Mai dire mai !

3° approccio

Il fatto di non aver potuto vedere e percorrere due dei tratti più emblematici del Camino e cioè il passo del Somport e il passo di Roncisvalle mi rodeva nella mente da un bel po’, fino a quando mi sono deciso e sono partito in macchina con il seguente programma: dopo aver attraversato la Francia meridionale sarei entrato in Spagna attraverso il mitico Somport (per chi non lo sapesse, il passo del Somport attraversa i Pirenei più a sud di Roncisvalle ed è quello utilizzato nei secoli dai pellegrini provenienti dal sud dell’Europa, Italia compresa.  Una volta in Spagna avrei percorso tutta l’Aragona che corre parallela alla catena montuosa per poi risalire le balze di Roncisvalle e ridiscendere in Francia.

Questa volta mi ha accompagnato mio figlio Matteo. Dopo aver fatto una sosta per vedere le grotte di Lascaux  (magnifiche, ne vale la pena,  attenzione però a prenotare con largo anticipo perchè l’ingresso è a numero contingentato), e dopo aver fatto un’altra sosta a Lourdes (l’impressione non è cambiata), abbiamo cominciato ad arrampicarci lungo la dura salita pensando a quanta fatica avranno fatto quei poveretti in tutti questi secoli.

Una volta superato il passo la vallata del fiume Aragon è magnifica. Dopo una breve visita al San Juan de la Pena, risaliamo quindi nel pomeriggio verso Roncisvalle. Sosta obbligatoria in cima al passo per vedere il bellissimo ospizio e la collegiata. Non si può inoltre fare a meno di pensare all’epopea dei paladini e del sacrificio di Orlando. Qui la storia e la leggenda si mescolano in un coktail magico. Scendiamo dal passo che è già sera e ci fermiamo a cenare in un ristorantino consigliato dalla Routard appena dentro le mura di San Jan pied de Port. Mangio bene e bevo altrettanto. L’albergo Campanile che avevo già utilizzato e nel quale avevo lasciato tutti i bagagli è ancora molto lontano. Ci arrivo alle 2 di notte e mi accorgo di aver perso lo chiavi. Per inciso, gli hotel Campanile chiudevano la reception alle 10 di sera , quindi si poteva ottenere una camera se già si aveva la chiave o se ne poteva prendere una  con carta di credito ad una specie  di distributore automatico di chiavi. Ovviamente non c’erano più camere libere, per cui ho cominciato a girovagare senza documenti e senza bagagli, fino a quando ho trovato un altro albergo con l’insonnolito addetto alla reception che però ho faticato non poco a convincere spiegandogli le mie vicissitudini e che non ero il pedofilo di turno che  voleva portarsi in camera un ragazzino. Alla mattina seguente sono partito per tornare a casa, beninteso dopo aver pagato la camera e anche quella del Campanile per ritirare i bagagli. 2 camere per una notte sola !

4° approccio

Pensate che l’ultimo giretto lungo il Camino mi avrebbe soddisfatto ?. Nemmeno per sogno, anzi il tarlo di farne almeno un pezzettino a piedi mi rodeva da qualche mese. C’è voluto poco a convincere mia moglie e così abbiamo deciso di provare a fare solo qualche tappa. La scelta del metodo col quale muoversi è descritta e spiegata in una “Pillola”. 

Da Tolosa in macchina raggiungiamo il passo del Somport, il “summum portum” degli antichi;  dormiamo in un piccolo rifugio proprio in cima e la mattina seguente partiamo a piedi (finalmente !). Appena partiti oltrepassiamo alcuni mucchi di pietre. Sono ciò che purtroppo resta del mitico rifugio di Santa Caterina. Pensare che nel medioevo era considerato uno dei più importanti rifugi per i pellegrini, insieme all’ospizio del Gran San Bernardo e l’ospizio di Gerusalemme.  Superata la moderna stazione sciistica di Candanchu’,  il Camino si immerge in una foresta fittissima. Dopo la dura salita, la discesa lungo il rio Aragon dal Somport è bellissima.

Arrivati a Calfranc, si respira già piena aria di Camino, infatti il paesino antico è disposto lungo una via centrale che normalmente è dedicata a Santiago e che è chiamata “sirga peregrinal”, questa sarà una caratteristica comune a moltissimi paesi lungo il Camino, ma lo stesso suo nome deriva da  “Campus francus” in quanto i suoi abitanti erano esentati dalle tasse ma avevano l’impegno di mantenere agibile il Camino.La meta è Jaca: bella città , con una bellissima cittadella e un altrettanto bel centro con una cattedrale splendida.

Nella piazza di fronte alla cattedrale vi è un bar che offre delle tapas buonissime. Decidiamo di trovare un albergo lì vicino e dopo una riassestata di cenare proprio lì. Serata deliziosa , all’ombra della cattedrale , mangiando tapas di tutte le qualità e bevendo vino “rosado” buonissimo. Sarà la stanchezza o la fame che ci fanno apprezzare ancora di più queste cose. Il giorno successivo lasciamo Jaca purtroppo lungo la strada asfaltata tranne piccoli tratti.

Ci fermiamo in un Hotel  con piscina, (peccato impraticabile data la temperatura polare della sua acqua). L’hotel non è niente di chè e  si mangia male; è situato appena superato un dosso chiamato “venta de esculabolsas”: posto dei ladri di borse!

Da lì parte inoltre una deviazione per uno dei posti più belli e misteriosi di tutto il Camino: il santuario di San Juan de la pena.

Inizia quindi un lungo tratto pianeggiante chiamato “La Canal de Berdun” dominato dall’omonimo paesino arroccato su una rupe.

Superato il confine fra le provincie di Huesca e Saragoza, si raggiunge il bacino artificiale di Jesa, al centro di dure polemiche fra le necessità di energie e l’opposizione degli abitanti dei piccoli paesini costretti ad abbandonare le loro terre e il loro lavoro. 

Poco prima della sua fine, si varca il confine con la Navarra. 

2 Km. dopo si diparte lo stradino che sale al monastero di Leyre. A questo importantissimo sito è dedicata un’altra “Pillola”

Lasciando Leyre alle spalle si giunge alla fine del Pantano, allo sbarramento di Jesa, dopo di che  comincia una salita che porta a Javier.

La località è nota perchè ogni anno si svolge una processione molto importante che sale da Jesa fino al castello una volta di proprietà di una nobile famiglia che ha dato i natali a san Francesco Javier, grandissimo missionario che svolse la sua azione soprattutto in India. Le sue spoglie sono infatti conservate a Goa. Superato il passo, la strada scende dolcemente fino a Sanguesa. 

“Pillola”

Da qui si sono aggregati una coppia di amici (gli stessi del 1° viaggio)

Dopo Sanguesa il Camino sale dolcemente fino a Rocaforte. L’importanza di questo piccolissimo borgo è data dal fatto che uno dei più famosi pellegrini di tutti i tempi, San Francesco (quello più importante), avrebbe fondato proprio lì il suo primo monastero in Spagna.

Da Rocaforte il Camino sale fino ad un passo chiamato “alto de loti”. Il panorama è dominato dalle pale di numerosissimi generatori eolici. Sono talmente occupato a guardarle e a salire, che non mi accorgo ad un certo momento di essere nel bel mezzo di una mandria di mucche. Fossero però solo mucche, invece la mandria è comandatra da un enorme toro che ha tutta l’aria di essere il comandante del drappello. In quello stesso momento mi rendo conto che quella mattina ho indossato una divisa composta da pantaloncini e maglietta di un fiammante colore rosso !. Mentre il toro mi osservava incredulo di tanta stupidità e pensa se caricarmi o no, mi abbasso repentinamente in mezzo alle mucche e mi tolgo zaino e maglietta. Riemergo decisamente più anonimo e riesco a sorpassare indenne gli animali.

Il puzzo di merda è acutissimo. Non riesco a capire se sono i ricordi delle mucche, se invece proviene dalla vicina stalla o se sono io che me la sono fatta addosso !. Per fortuna non è la terza ipotesi.  

A  questo punto però è doverosa una breve dissertazione sulla merda!

– tranne l’attraversamento delle poche vere città, il Camino ha una connotazione e un’ambientazione decisamente agricola. Gli animali come vacche, pecore , asini, capre, galline ecc, sono normalmente liberi di camminare sia sul camino che sui pascoli adiacenti. E’ inevitabile che i loro ricordini siano presenti ovunque. Quando pure non sono presenti sulla strada, il loro profumo comunque proviene dalle stalle che normalmente si aprono su di essa. Corollario inevitabile è inoltre la presenza di milioni di mosche! Per uno come me, di una certa età e nato in campagna, tutto ciò rappresenta un ricordo ancora vivo e tutto sommato accettabile, per chi invece è più giovane e proviene dalla città, riconosco che questo aspetto può certamente infastidirlo, ma si metta il cuore  pace perchè è inevitabile per tutto il Camino. Se poi, come giustamente fa notare PG Odifreddi, piove o è piovuto di recente, il fango delle strade si mescola al composto di cui sopra creando una poltiglia indefinita ma comunque ben odorante che non si riesce ad evitare.

Abbandonato il rio Aragon, la tappa successiva è Monreal, antigo borgo che conserva molte belle case e un bellissimo ponte. Poco più avanti, per ribadire il precedente argomento, fra Guerendian e Tiebas, vi è una piccola salita che bisogna fare di corsa in quanto passa di fianco ad un porcile enorme dal quale proviene un puzzo incredibile e una nuvola di mosce iperagitate. Il Camino prosegue poi senza difficoltà in un paesaggio molto bello in direzione di Peuente della Reina. Poco prima di essa è obbligatorio fermarsi a visitare Eunate. “Pillola”

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Cammino di Santiago (2parte)

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Come dice il suo nome, Puente de la Reina è nata tutta intorno al suo famosissimo ponte, che nonostante i suoi quasi mille anni è conservasto benissimo ed è bellissimo. Foto 51g

Non  è comunque l’unica cosa da visitare, L’ospizio dei pellegrini è molto ampio, bello e funzionale, Vi sono anche un paio di chiese molto belle con i loro retaboli sovrabbondanti di orpelli e decorazioni in oro, tipiche del gusto spagnolo.

Puente del la Reina è famoso in tutto il mondo in quanto qui si incontrano gli ultimi due rami del Camino: quello proveniente dal Somport e quello proveniente da Roncisvalle. Da qui il Camino diventa uno solo fino a Santiago. Usciamo dal paese camminando sul dorso di mulo del ponte, pensando ai milioni di pellegrini che in quasi mille anni hanno ringraziato una regina di cui non sanno nemmeno bene il nome per averlo costruito. Non è ancora finita l’emozione di camminare su un ponte così bello e antico ed ecco che il Camino stupisce ancora: pochi Km ed ecco che si sta camminando nientemeno che su una autentica strada romana e, appena fuori dall’abitato di Ciraqui, si attraversa un torrente addirittura su un ponte romano. Ancora poco più avanti su un piccolo ponte medievale si attraversa un torrente chiamato “rio salado”. Sulle sue sponde i sassi sono ricoperti di una patina biancastra. E’ veramente sale ?. Non oso assaggiarlo, mi frulla per la mente il racconto di Aymeric Picaud il pellegrino medievale nella sua guida: egli lo descrive , come molti altri torrenti lungo il Camino, come “mortifero” e racconta di alcun pellegrini che, su consiglio di alcune persone lì incontrate, fecero abbeverare i propri cavalli, che immediatamente morirono. I  banditi subito si misero a scuoiare i cavalli per farne provviste.  Non è la prima volta che il succitato autore parla degli abitanti della Navarra con modi non certo lusinghieri, li descrive come empi, malvagi, dediti alle più sordide abitudini sessuali ecc. ecc.  

Il Camino passa ora per i grandi vigneti della Rjoya. Terra di vini stupendi, è costellata di “bodegas” che fanno assaggiare e vendono i loro vini. La prossima tappa è Estella : (Estella la bella) , basta la parola!. Il pomeriggio lo passiamo  a goderci la città e i dintorni. Alla sera mangiamo bene e beviamo meglio in  un ristorante tipico dietro la stazione (tra i vari piatti assaggiamo ancora i già conosciuti pimientos rellenos, questa volta ripieni di frutti di mare anzichè di merluzzo: Una delizia !) . La mattina successiva usciamo dalla città, ma non abbiamo fatto in tempo a scaldarci che già è ora di fermarsi ancora. Sulla sinistra infatti compare il monastero di Irache. La tradizione di questo posto risale al medioevo , quando si offriva pane e vino ai pellegrini. La cosa simpatica è che una delle “bodegas” più famose è stuata proprio di fianco al monastero. L’iniziativa ovviamente per scopi pubblicitari, ma comunque ben apprezzata, è stata di costruire una “fuente” de agua e vino” con 2 rubinetti che sgorgano dal propio muro. Si può berne quanto si vuole, ma non riempire taniche !  Il problema è che di solito si parte da Estella la mattina presto e non si può approffittarne.

Esiste pure una web cam in tempo reale : www.irache.com . 

Attraversando vigneti interminabili, dominati da grandi bodegas, si giunge a Los Arcos, la nostra prossima tappa. Capitiamo proprio il giorno della festa del paese. Nella piazza principale hanno allestito una arena per la corrida. Arriva un enorme camion che probabilmente gira per questi paesi e che trasporta i tori, o perlomeno, i torelli! Per fortuna la corrida non è cruenta e gli abitanti si limitano ad entrare nel recinto e a farsi rincorrere dagli animali. Di notte però, tra musica e petardi si è dormito ben poco! Los Arcos, ora di scarsa importanza, ha avuto nel passato ben altra reputazione, godeva infatti di grandi privilegi ed il riconoscimento di zona franca, a testimonianza dell’interesse verso il Camino da parte dei regnanti, come del resto altre città  come Estella, Calfranc ed molte altre ancora.


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Cammino di Santiago (3parte)

Il giorno successivo percorriamo senza intoppi la tappa che ci porta a Viana. Unica sosta a Torres del rio, per visitare la piccola chiesa del Santo Sepolcro a pianta ottagonale, che fa pensare subito ad una possibile attribuzione templare. I torrenti in questa zona sono  (a detta del solito Ameryc), ”mortiferi”.

Viana si vede da lontano in quanto è arroccata su un rialzo del terreno. Le sue mura  e i suoi palazzi fanno immediatamente pensare che nel medioevo era una città di ben altra importanza. Essa è ricordata soprattutto perché durante il suo assedio, nella notte fra il 11 e il 12 di marzo del 1507 lì  morì Cesare Borgia, condottiero italiano, figlio (ebbene sì, figlio) del Papa  Alessandro VI e da questo ovviamente protetto. Fu un personaggio ambiguo, feroce, grande approfittatore, senza scrupoli. Molti riconoscono in lui il Principe al quale Macchiavelli si ispirò. Senza pace durante la sua turbolenta vita, fu senza pace anche da morto. I suoi resti furono tumulati entro la bella cattedrale in un magnifico mausoleo, che fu però demolito durante l’Inquisizione  e sepolti addirittura fuori dalla chiesa in una discarica. Solo dopo molti anni essi vennero recuperati e posti in un’urna  nel cortile della cattedrale con una lapide ben più modesta. A Viana esiste un famoso ristorante che guarda caso si chiama “Borgia”. Non abbiamo potuto sperimentarlo in quanto era chiuso per ferie. Purtroppo lo abbiamo sperimentato in  un altro momento !

Pochi Km dopo si passa il confine della Navarra e si entra nella Rioja,  la terra dei grandi vini.  Alla periferia di Logrogno si incontra una istituzione del Camino. Si tratta della modesta casetta di un personaggio particolare, la signora Felisia, diventata famosa per generazioni di pellegrini che venivano da lei accolti con grande ospitalità. A loro offriva acqua fresca e frutta, ma soprattutto grande calore, amore e umanità. Ora la signora Felisia non c’è più, ma i nipoti hanno continuato la tradizione della nonna. Ovviamente “business is business” e all’aspetto tradizionale si è aggiunta una micro attività. Infatti all’ombra della pianta di fico descritta anche dai vecchi pellegrini, hanno trovato posto un banchetto dove vendono, oltre a generi di ristoro, piccoli ricordini e amuleti del Camino. Hanno pensato anche di timbrare la credenziale, ovviamente con un “sello” abusivo.

La periferia di Logrono, la capitale, come le periferie di tutte le città di una certa dimensione, è noiosissima e tutta fatta su strada asfaltata compreso il superamento di un inutile aeroporto. Cominciamo anche noi a soffrire di quella sindrome che colpisce quasi tutti i pellegrini che hanno nelle gambe qualche centinaio di Km.: l’allergia all’asfalto”. Dopo aver attraversato il grande fiume Ebro si raggiunge Il centro cittadino che è invece bello e degno di essere visitato. E’ pieno di antichi monumenti e riferimenti al Camino.

Fra gli altri ricordo la chiesa di Santiago el Real con la statua di Santiago in versione “matamoros”;  “la fuente de los peregrinos “

Fuori Logrono incontriamo per la prima volta la mitica nazionale N 120 che ci acompagnerà fino ad Astorga.

Da Viana, attraverso Logrogno fino a Navarrete sono piccole tappe, ma ci consentono una deviazione molto importante a San Millan de la Cogolla per visitare i monasteri si Yuso e Suso, veramente molto belli, non  per nulla dichiarati patrimonio dell’Umanità. (ecco perché nei consigli di viaggio consiglio di noleggiare una macchina di appoggio).

In un dolce saliscendi si arriva fino a Navarrete.

Nella breve tappa fino a Najera l’unico punto di interesse è il poggio in cima al quale la leggenda narra che si sia svolto il duello fra Orlando ed il mitico gigante saraceno Ferraù.

I motivi di questo duello sono diversi a seconda del ciclo epico da cui lo si trae. In una versione Orlando sfida a duello Ferraù e lo uccide liberando così i prigionieri cristiani, in un’altra versione la causa del duello è teologica come sfida fra il Cristianesimo e l’Islam; in un’altra ancora il motivo è il desiderio di conquistare l’amore di Angelica.

Najera è una carinissima cittadina, ci troviamo benissimo tanto che decidiamo di tenerla come base anche per le prossime tappe e di tornare lì per cenare e dormire.

Che dire poi della prossima tappa. E’ sicuramente una delle più famose del Camino. La piccola cittadina porta il nome del suo fondatore: Santo Domingo de la Calzada.

Da Santo Domingo ci avviamo dolcemente verso Burgos. Ci Aspettano però i terribili Montes de oca (Oja) che si cominciano ad intravedere all’orizzonte.  Sembrano lontanissimi e irraggiungibili; a casa nostra non ci sogneremmo assolutamente di considerare raggiungibili a piedi dei panorami che a malapena di vedono. Eppure, una volta passata la prossima tappa di Belorado . senza nulla di speciale, ecco che, a Villafranca Montes de Oca, siamo già ai loro piedi !. Dopo aver pranzato in uno squallidissimo bar pieno di camionisti, fumatori e turisti “pulmanati”, i Montes de Oca si presentano subito. Infatti il Camino parte proprio dietro la chiesa e senza indugiare “strappa” subito senza pietà per almeno un paio di Km.  Attraversiamo quindi questi famosi monti temutissimi nel passato per la presenza di briganti e perché così fitti da perdersi ! Un famoso viaggiatore medievale racconta aver vagato per una settimana nutrendosi di bacche e funghi prima di ritrovare la strada. Ora non è ovviamente più così, non ci sono più i briganti, il camino è ben segnalato con le consuete frecce gialle e i tagli antincendi dei boschi hanno aperto molti orizzonti. Una volta superato il passo si scende dolcemente fino a San Juan de Ortega, “Pillola”, e da lì praticamente in pianura fino a Burgos.

Burgos è una gran bella e nobile città oltre ad essere una delle città più importanti legate al Camino. E’ veramente un peccato fare come tanti pellegrini che arrivano alla sera stanchi morti si fanno una doccia, mangiano e si mettono a dormire. L’indomani mattina poi si alzano presto e cominciano a camminare. Se va bene dedicano pochi minuti frettolosi a visitare la cattedrale. A mio parere vale invece la pena di fermarsi almeno un giorno per visitarla un po’ come si deve.

Dopo il solito interminabile attraversamento della periferia, compreso un altro inutile aeroporto, finalmente si raggiunge  il centro. La cattedrale gotica è un’opera magnifica. Al suo interno sono conservate opere d’arte come il crocefisso realizzato con pelle di animale e veri capelli di una veridicità impressionante o come la scalinata dorata che porta ad un  ingresso laterale che dà sul piano stradale più elevato del contro laterale. Al centro della navata si trova la tomba del Cid, uno dei più noti eroi di Burgos e di tutta la Spagna.

Alla sera ceniamo benissimo in una modesta trattoria, dove abbiamo il nostro primo e indimenticabile incontro con il “Malaga Virgin”. E’ un vino da dessert liquoroso, di straordinario gusto e profumo. Diventerà un compagno insostituibile lungo tutti i nostri futuri tratti del Camino e fuori. Torniamo in albergo dopo aver finito la bottiglia. L’indomani mattina ci alziamo  con una certa fatica non legata però alle camminate. Passato il fiume Arlanzon si esce da Burgos attraverso una zona molto bella di parchi e di resti archeologici. La meta è Castroieriz dominata da un imponente castello, visibile da lontano. La città è famosa per essere stata la sede dell’ordine degli “Antoniti” (quelli della tau) che si identificavano come curatori del fuoco di S. Antonio. Alla sua entrata si può visitare la collegiata di Santa Maria del Manzano che conserva una statua della Madonna eretta, come quella di Sanguesa e di Rocamadur,  su un paio di corna impressionanti.

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Cammino di Santiago (4parte)

La meseta ormai è in agguato, ci aspetta inflessibile.

Per più di 200 Km non avremo altro che distese ondeggianti di grano con qualche alberello stentato e paesini praticamente invisibili. La maggior parte dei pellegrini ad eccetto degli integralisti, salta sul treno a Burgos e ne scende a Leon. Noi non siamo certo integralisti ma preferiamo comunque affrontarla e alla fine siamo stati ripagati. Anch’essa ha il suo fascino e le sue prerogative. I paesini che si incontrano sembrano rimasti al medioevo, tutti con la loro sirga peregrinal, la chiesa con il suo campanile e i resti degli Hospitals. Essi sono di solito situati in piccole vallette protette dal vento, tanto che fino all’ultimo chilometro sono praticamente invisibili.

E’ quello che ho chiamato “effetto montacarichi”: man mano che si cammina e ci si avvicina, si comincia a scorgere la guglia del campanile, poi, avanzando, (in realtà scendendo), la percezione è che il paesino venga sollevato da un gigantesco elevatore che pian piano lo fa apparire.

A circa metà strada da Fromista, raggiungiamo, poco prima del magnifico ponte di Itero, l’eremita di S. Nicolas. E’ una piccola eremita restaurata e gestita a cura della confraternita di Perugia.

A Fromista ci fermiamo ad ammirare la chiesa di San Martin, considerata una delle più belle chiese romaniche della Spagna.

Fra Fromista e Carrion de los Condes è obbligatoria una sosta alla chiesa di Santa Maria la blanca, di Villacazar de sirga. Il suo impianto è di chiara origine templare. Al suo interno è conservata una statua della Virgen Blanca alla quale sono stati attribuiti numerosissimi miracoli.

A Carrion de los Condes dormiamo del convento di S. Zoilo ora trasformato in Hospederia. Dopo Carrion de las Condes si assaggia la “vera meseta”. I 15 Km fino a Calzadilla de la Cueza corrono su quella che è ancora una strada romana: la via Traiana che portava da Bordeaux ad Astorga: diritta, senza un albero o quasi per 15 Km !.  Non si sa se invocare la pioggia con il rischio di impantanarsi o se proseguire sotto un sole cocente.

Al pomeriggio, sotto un sole implacabile, raggiungiamo Sahagun. Cittadina carica di storia, con monumenti importanti da visitare accuratamente. Dopo la doccia e una breve sosta, prendiamo alloggio in un piccolo albergo che ha anche una sala ristorante. Con un po’ di diffidenza ma costretti dalla mancanza di alternative, ci fermiamo a cena. La sorpresa è stata grande in quanto era tutto squisito, compreso il vino ed il pesce. Ancora una volta ci chiediamo come in una sperduto paese all’interno della Spagna , lontano centinaia di Km. dal mare, si possa mangiare del pesce così buono: Non è la prima volta, è già accaduto in molti altri posti.

Il fiume che passa per Sahagun viene riportato nella leggenda del ciclo di Carlomagno quando , nella battaglia avvenuta sulle sue rive perirono 40.000 soldati cristiani, dopo che le loro lance furono trovate fiorite di foglie e fronde.  Il giorno successivo è un’altra tappa della sempre uguale e sempre diversa meseta. Camminiamo lungo un interminabile rettilineo a fianco del quale sono stati piantati a distanza regolare degli alberi. L’intento è quello di dare ombra ai passanti, ma, a giudicare dalle loro dimensioni attuali, la loro ombra verrà goduta dai nostri nipoti. Per ora bisogna continuare a soffrire. Ce lo ricorda anche un’altra delle tante lapidi che ricordano qualche pellegrino che non ce la fatta. Come se non bastasse è proprio da queste parti che Laffi racconta di aver trovato due lupi che stavano sbranando il cadavere di un pellegrino !.   Superato El Burgo Raneros Il Camino continua uguale senza particolari emozioni fino a Mansilla de las Mulas.

Mansilla è una graziosa cittadina  conosciuta per le sue mura e per le numerosissime cicogne (non che dalle altre parti manchino). Il giorno successivo ci aspetta l’ultimi tratto di meseta. Lo superiamo facilmente sia perché breve sia perché finalmente l’ultimo.

Leon è una bella città, piena di monumenti, di vita e di movida. Dopo aver visitato la stupenda cattedrale, alla sera giriamo per il centro storico. Le viuzze sono letteralmente piene di gente che mangia tapas e beve vino, in piedi perché non c’è un posto nei tavolini dei bar. Il clima alla sera è piacevole e anche noi ci allineiamo alle abitudini della gente del posto. Incrociamo una compagnia di francesi ai quali avevamo consigliato il ristorante di Sahagun e che ci ringraziano del consiglio. La notte la passiamo in una modesta pensione e non al magnifico Parador dove eravamo stati nel viaggio precedente.

 

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Cammino di Santiago (6parte)

Non sembra possibile, ma siamo in Galizia !. Non avremmo mai pensato di arrivarci. Superate le ultime asperità e difficoltà, il Camino ora si snoda in paesaggi verdeggianti, ombreggiati e molto piovosi; il clima atlantico, anche se siamo a più di 100 Km. dal mare e separati dalla catena montagnosa delle Asturie, comincia a farsi sentire. Nella tappa verso Sarria, all’altezza di Tricastela, vi sono due opzioni. Scegliamo l’itinerario che passa dal Monastero di Samos, dopo aver raccolto una pietra che, come vuole la tradizione deve essere portata fino a Castaneda dove esistevano grandi forni alimentati dal legno di castagno che servivano a cuocere la calce per la cattedrale di Santiago. Il monastero, patrimonio dell’Umanità, è molto bello fuori, ma molto vuoto dentro, una delusione.

La lunghissima tappa, che abbiamo diviso in due tratti, giunge a Sarria. Bella cittadina, è diventata il punto di partenza per coloro che decidono di fare solo gli ultimi 100 Km, percorso che dà diritto ad avere la famosa “Compostela”. Da qui infatti il Camino diventa frequentatissimo. 

All’Hotel Roma abbiamo cenato e bevuto benissimo !

Attraverso numerosissimi paesini immersi nel verde, quasi  tutti con i loro caratteristici “horreos”, magazzini per conservare i cereali al riparo dei roditori, si raggiunge il bacino artificiale che ha cancellato la vecchia Portomarin, i cui resti si vedono spuntare dalle acque. Sull’altra sponda è stato costruito il nuovo paese e lì trasportato anche il monumento più importante: la cappella della Vergin de las nieves, con la prima arcata del vecchio ponte.

Si continua attraverso un paesaggio molto dolce. Ormai siamo in piena Galizia. Oltre al paesaggio, ce lo fanno capire l’umidità, i nomi di alcuni paesi come Gonzar, Toxibo, Eirexe, che ricordano l’origine celtica della lingua degli abitanti, parenti stretti degli abitanti dei paesi baschi. Una delle cose più tipiche di questa zona e anche più piacevole però è il “ pulpo alla Galliega”. Infatti oltre al pesce buonissimo incontrato e gustato lungo tutto il Camino, in Galizia si trovano le pescherie, ma anche le “pulperie” dove vendono e cucinano questa buonissima ricetta. (polipo bollito con patate lesse, sale grosso e peperoncino dolce in polvere).

In questo tratto del Camino erano molto influenti i Cavalieri di Santiago, tanto che Villar de Donas è ritenuto il luogo ufficiale di sepoltura degli stessi. Più avanti si raggiunge Palas de Rei. Il solito pellegrino medievale Aymeric, mette in guardia i viaggiatori dalla “riprovevole abitudine dettata dal diavolo” delle cameriere degli ospizi di infilarsi nel letto degli ospiti a scopo di fare un po’ di denaro e invoca la loro scomunica, nonché vengano esposte nude dopo aver loro tagliato il naso !

A metà strada dalla tappa di Arzua si trova Melid (rinomata come capitale del pulpo alla gallega; lo testimoniano le numerosissime pulperie che lo vendono sempre buonissimo. Ancora meglio se accompagnato del vino galiziano bianco, leggero e leggermente acidulo. Poco prima di Arzua passiamo per Castaneda, dove lasciamo la pietra raccolta a Tricastela.

Ci siamo; il tratto da Arzua a Santiago è classificato sulle guide come ultima tappa. In verità è lungo 39 km, e conviene dividerla in due giorni. L’elenco dei paesini che si attraversano è numerosissimo, tutti carini e simili. Il Camino è diventato pieno di gente di tutti i tipi. A differenza delle persone incontrate nei primi giorni, quando con loro si facevano dei tratti insieme chiacchierando del più e del meno, interrotti solamente dalla mancanza di fiato indotto dalla salita, ora tutti sembrano avere una gran fretta di arrivare.

Due luoghi storici sono da incontrare poco prima di arrivare alla città. Il primo che si incontra è il torrente Lavacolla che da il nome anche al paesino che attraversa nonché all’aeroporto. La tradizione vuole che i pellegrini qui si fermassero per lavarsi profondamente e completamente prima di avvicinarsi al sepolcro. Il nome deriva dal latino volgare “lavamentulas” che letteralmente significa “lava peni”.

Il secondo punto storico è il Monte del Gozo o Monte della gioia: una piccola altura dove per la prima volta i pellegrini avevano l’emozione infinita di vedere la città e la cattedrale con le sue guglie. Purtroppo l’uomo ha pensato bene di risparmiare ai pellegrini moderni questa emozione costruendo un complesso ospedaliero, ma non solo, proprio sulla sommità del monte è stato eretto un orribile monumento che ricorda il pellegrinaggio di papa Woytila.

Santiago è vicina. L’attraversamento della sua periferia è come al solito noiosissimo. Si raggiunge la cattedrale dal suo lato destro e si sbuca nella Plaza de Obradorio. La piazza è magnifica; oltre naturalmente dalla facciata barocca della cattedrale, essa  è contornata da palazzi magnifici come il palazzo de Rajoy, sede del municipio e della Giunta di Galizia o , sul fianco destro, il Parador dos Reyos Catolicos.

La cattedrale è enorme e molto bella; tralascio la sua descrizione in quanto su internet, a partire dal sito ufficiale , si trova una infinità di siti a lei dedicata che sono sicuramente fatti molto meglio di quanto sarei capace di fare io.

Non ci sottraiamo ovviamente a tutti i vari riti:  già all’ingresso nel bellissimo portico della gloria, mettiamo le dita nei 5 buchi alla base della colonna centrale, diamo una testata sempre alla stessa colonna, e infine abbraccio la statua del santo dietro all’altare.

Dopo una visita al museo, molto interessante e pieno di opere d’arte, (tra le altre il famoso braccialetto regalato da Don Suero de Quinonese e del quale ho parlato nella “Pillola” dedicata al Puente de Orbigo), usciamo e veniamo agganciati da alcuni pellegrini o semplici turisti che ci chiedono di partecipare ad una colletta per vedere in opera il “botafumeiro” , un enorme incensiere o, in termini tecnici “turibolo” alto quasi 1 metro e del peso di parecchie decine di Kg. che, solo in importanti ricorrenze, viene fatto ondeggiare attraverso tutta la navata da appositi manovratori chiamati “tiraboleiros”.  Rimango un po’ perplesso, non so se è una presa in giro oppure un tentativo di fregarmi dei soldi, o invece se purtroppo anche qui è arrivato il business.

L’usanza di far volare il grossissimo incensiere risale al medioevo, quando nella cattedrale i pellegrini si rifugiavano e dormivano pure, ma non solo, non avevano ritegno di fare anche i propri bisogni.  Qualcuno poi sicuramente non  si era fermato a Lavacolla !.  Il puzzo doveva essere terribile ed ecco che si cercava di mitigarlo con l’incenso. Non c’è motivo di meravigliarsi di ciò. Dalla caduta dell’impero romano le abitudini igieniche dell’uomo sono andate progressivamente decadendo fino a meno di 2 secoli fa. Bsta pensare, per esempio, che il grande Re Sole Luigi 14°,  a medioevo terminato da un  pezzo, fece costruire la meravigliosa reggia di Versailles praticamente senza bagni. In quei bellissimi saloni i cortigiani erano costretti a nascondersi dietro i grandi tendaggi per liberarsi con un minimo di privacy. Si narra anche che poco prima della rivoluzione francese, quindi 2 secoli dopo,  la Regina raccomandasse ai suoi sudditi di cambiarsi le mutande almeno 2 volte all’anno. ! Prego notare che anche “mutande” deriva dal latino e significa  “qualcosa che deve essere cambiata”.

Il giorno successivo facciamo un bellissimo giro dei fiordi galiziani detti “rias” con dei panorami molto belli, Raggiungiamo così il mitico Capo Finisterre, ritenuto la fine del mondo per tanti secoli.

Questo è il vero Km 0 del Camino. Già nel passato molti pellegrini lo raggiungevano, facevano il bagno nelle sue pericolosissime acque e lì raccoglievano le famose “vieras” , le conchiglie simbolo e testimonianza di aver compiuto il Camino. Raggiungiamo La Coruna, detta la città degli specchi a causa dei suoi bowindows chiusi da vetri.

Mangiamo del pesce freschissimo, ma ancora una volta non riusciamo a trovare le capesante;  sembra incredibile, ma in tutti questi anni, non ci siamo riusciti una volta !

Considerazioni finali

Nel viaggio di ritorno e anche una volta tornato, spesso mi sono chiesto se ne è valsa la pena e se, al giorno d’oggi, ancora può avere  un significato o un motivo valido compierlo.

Dato certo è che percorrere il Camino comporta, comunque lo si faccia, un importante impegno, sia di tempo, sia fisico, sia economico. La mia esperienza, durata circa 10 anni, è evidentemente solo la mia, non mi sento di dare nessun giudizio al di fuori di valutare la mia. Ognuno è convinto che la sua maniera di percorrere quei 1000 Km. sia quella giusta, così hanno ragione gli “integralisti” che si sentono di disprezzare coloro che non lo fanno completamente oppure che non dormono negli ospizi, oppure che non portano uno zaino pesantissimo come se fosse un segno di penitenza. Non mi sento nemmeno di giudicare quelli che lo fanno in bicicletta, o che percorrono a piedi solo gli ultimi Km.

Anche i motivi che spingono una persona a compierlo sono molteplici. Si passa da quelli che cercano o vedono una conferma alla loro fede e che la trovano rafforzata, a quelli che invece hanno dei loro dubbi e sperano di ritrovarla e di eliminarli. Esistono anche coloro che cercano e sperano di trovare risposte la loro posizione   contraria.

Ci sono poi anche coloro che lo compiono solo per motivi sportivi o turistici.

Qualunque sia la ragione, a mio avviso vale la pena di percorrerlo. E’ comunque un’esperienza che rimane nel proprio bagaglio di ricordi e di emozioni per tutta la vita.

Se ci si ferma un momento a pensare con un minimo di razionalità a tutta la vicenda, a cominciare dalla leggenda stessa della morte di Santiago, ma ancora prima se le sacre scritture sono veritiere o meno; alla leggenda del viaggio miracoloso del suo corpo su una barca guidata da angeli dalla Palestina fino alle coste della Galizia; al ritrovamento del suo sepolcro nonché l’autenticazione dei sui resti da parte di un oscuro vescovo di una sperduta regione che probabilmente a malapena conosceva un po’ di latino e che, senza alcuna indagine forense o anatomo patologica, si è sentito nel diritto di proclamare l’autenticità di resti umani ritrovati dopo mille anni, effettivamente qualche dubbio viene e come. D’altronde , credere è una questione di fede, e la fede o la si ha oppure no. Non si può credere un po’ sì e un po’ no a seconda del momento.

In tutte quelle ore passate a camminare ho avuto molto tempo per pensare, non ero distratto da contini input dall’esterno come avviene nella vita normale. Ho conosciuto molte persone spinte da una fede ammirevole, che si fermavano a pregare ad ogni crocifisso che incontravano, che recitavano il rosario mentre camminavano, ma quando la chiacchierata varcava i confini dei temi banali sul tempo o sul mangiare e si intraprendeva un discorso su temi più profondi,  il tutto si riduceva ad un dialogo fra sordi, loro rimanevano sulle loro posizioni ed io sulle mie. Tutto ciò nella massima correttezza e rispetto reciproco. 

L’aspetto che più disturba è sicuramente lo sfruttamento economico che sta al suo fianco, si passa dagli incontri tutto sommato simpatici e comprensibili, oltre che graditi, di ragazzini che si posizionano al bordo della strada vendendo qualche lattina o della frutta, alle strutture sempre più organizzate che, dei servizi offerti ai camminanti, ne hanno fatto una vera e propria lucrosa professione. D’altronde è sempre stato così. I pellegrinaggi muovono migliaia , se non milioni di persone ed è normale che si cerchi di sfruttare questa opportunità. Prima fra tutte la chiesa stessa ne ha sempre fatto un’occasione di guadagno. D’altronde senza la protezione della Chiesa e dei regnanti il Camino, visto anche nel contesto particolare della Spagna divisa fra Cattolici e Mori, non sarebbe mai potuto esistere, ma contemporaneamente non sarebbero esistite quelle meravigliose opere dell’uomo come le cattedrali e i monumenti più significativi. 

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Cammino di Santiago (5parte)

Da Leon al Cebreiro

Di fianco al magnifico Parador di Leon, antico ospizio dei pellegrini e ora hotel di lusso, passa il rio Bernesga che bisogna attraversare su un antico ponte. Da lì inizia il Camino in direzione Astorga. L’uscita da Leon rispecchia i soliti problemi del superamento delle periferie. Si passa di fianco al solito aeroporto, inutile come i precedenti. (dico inutile per i pellegrini che potrebbero raggiungere il camino da lontano con qualche low cost)  in quanto come Logrono, Burgos e lo stesso Santiago, è praticamente monopolio della compagnia di stato “Iberia”, che, come Alitalia in Italia, si guarda bene di applicare tariffe low cost.

All’altezza dell’aeroporto , sul bordo destro della strada, si può ammirare il santuario della “Virgin del Camino”, rifacimento moderno della antica costruzione. L’attuale, opera di un famoso architetto presenta come caratteristica sulla facciata, le statue in bronzo dei 12 apostoli più quella della vergine alte circa 6 metri. Sinceramente non mi ha entusiasmato un gran che. Superato l’aeroporto, si arriva ad un terribile incrocio con l’autostrada che va ad Oviedo. Quando siamo capitati noi, il Camino era segnalato malissimo ed infatti ci siamo persi fra le rampe dell’autostrada. Consiglio vivamente di accertarsi sulla segnalazione e al limite di superare l’autostrada camminando sul bordo della N. 120 per poche centinaia di metri , poi tutto diventa facile.

Facile ma parecchio noioso perché da qui inizia il “Paramo”, antico nome per chiamare un altipiano. Al termine della tappa si incontra Villadangos del Paramo. Teatro di una sanguinaria battaglia nel 1111 fra la regina Urraca e suo figlio Alfonso VII contro le truppe aragonesi di Alfonso I,  suo ex marito. Evidentemente le liti coniugali a quei tempi finivano anche peggio di oggi. Come in tante altre occasioni anche questa volta viene invocato come protettore: Santiago Matamoros del quale una delle statue più belle si trova proprio nella chiesa di Santiago di Villadangos. Il problema è che di solito si trovavano di fronte Cristiani e Moros, in questo caso invece  il povero Santiago si sarà trovato in un grande imbarazzo !  

Da Villadangos ad Astorga sono altri 26 Km. abbastanza noiosi tranne per una delle icone più famose che si trova circa a metà: mi riferisco al ponte di Orbigo e alla sua leggenda. “Pillola”

Astorga è una bella e nobile città. Avvicinandosi si vedono subito le guglie della sua cattedrale e le sue mura, segno evidente di un passato glorioso e battagliero. Nata su vie romane, all’incrocio di alcuni rami del Camino, ha sempre rivestito una discreta importanza anche prima e al di fuori dello stesso. Oltre alla cattedrale si può visitare il palazzo episcopale, opera significativa di Gaudì. Al suo interno ha trovato posto un piccolo ma importante museo del Camino.

Da Astorga, dopo un’altra lapide che ricorda un pellegrino che non ce l’ha fatta,  si entra nella “Maragateria”. E’ così chiamata questa regione con usi , costumi, aspetto e addirittura specialità culinarie proprie. Come esempio intatto di costruzioni maragate, il paesino di Castrillo de los Polvazares è sicuramente il più significativo. Qui le case sono costruite tutte con pietre di un acceso colore rosso mattone, ma non solo le case, anche la pavimentazione delle strade è assolutamente monocolore !. Quello che è più impressionante che tutto il paese e tutte le strade sono conservate così.

I Maragati  (il loro nome è di incerta origine, qualcuno lo fa derivare da un incrocio tra Mauri e Goti) hanno conservato usi e vestiti tipici. Le donne portano ancora bellissimi orecchini e gioielli in oro e argento, ma il pezzo forte della tipicità maragata è il “cocito maragato”. E’ un piatto pesantissimo che si mangia a fasi: dapprima vari pezzi di carne bollita di pollo, maiale, sangue, orecchie e cartilagini di maiale. Se si sopravvive a questo, arriva la seconda fase: il ripieno, formato da un impasto di pane, aglio, prezzemolo, sangue, prosciutto, uova ; se non siete ancora in coma ecco la terza fase : le verdure sempre bollite nello steso brodo: piselli, ceci, cavolo e verdure varie; come gran finale, ecco il brodo ove è stato cucinato tutto il precedente !

Naturalmente la sera della tappa a Rabanal del Camino non mi sono fatto mancare questa abbuffata.

Rabanal è un’antichissima cittadina piena di legami con il Camino. La sua “sirga peregrinal” è lunga, rettilinea e tutta in salita. Da qui comincia l’ascesa al monte Irago, che porta ad uno dei punti più alti e tipici del Camino. La affronto preoccupato per i vari racconti letti, ma soprattutto per il postumi del cocito della sera prima. La salita a Foncebadon si dimostra invece molto meglio di quanto pensassi. In cima al passo, ora ben soleggiato,  rivivo l’altra volta, tanti anni prima, quando sono passato in mezzo alla bufera di neve.

Ormai dell’importanza di un tempo, quando erano attivi numerosi ospizi e chiese, non rimangono che poche tristissime rovine.

Poche centinaia di metri più avanti si raggiunge il passo. Esso è caratterizzato da un’altra misteriosa icona del Camino. Si tratta di un lungo palo di legno infisso in terra, alla cui estremità superiore è fissata una modestissima croce di ferro. La base del palo è nascosta da un mucchio di migliaia di pietre lanciate dai pellegrini secondo una tradizione che risale a migliaia di anni ancora prima del Camino. Probabilmente questi mucchi di sassi servivano ad indicare divisioni territoriali, come tutt’oggi si ritrovano in alcune campagne nei muretti a secco, che non servono certo a impedire l’ingresso a chi lo volesse, ma anche perché questo è un antico modo di pulire il terreno dai sassi che rendono difficile la sua coltivazione.

Poco dopo si ritrova un fatiscente rifugio e accanto una specie di bar gestito da uno strano personaggio che dice di essere l’ultimo dei cavalieri Templari. Il posto non è niente di speciale e non troppo pulito.

Comincia una discesa abbastanza ripida che ci porta dopo pochi Km al paesino di El Acebo.

Nel passato godette di privilegi impegnandosi a piantare 800 aste di legno per segnalare il sentiero. Alla sua uscita un momento di tristezza ci coglie vedendo il monumento con una bicicletta, dedicato ad un pellegrino tedesco che qui perse la vita, come tanti, del resto, inutilmente,  lungo questo Camino.

La discesa si fa più dolce, con Molinaseca e il suo bel ponte romanico, si raggiunge il fondo valle e pochi Km. dopo si raggiunge la meta di questa tappa che è Ponferrada. Il nome evoca il ponte rinforzato di ferro che attraversa il rio Sil, attraversato il quale si raggiunge il magnifico castello dei Templari. 

Finalmente un posto ove la presenza dei Templari  non è messa in dubbio; d’altronde come si potrebbe, il loro castello è il più bello e meglio conservato fra tutti gli edifici templari in Spagna. Usciti da Ponferrada si cammina per alcuni Km sul bordo di una strada secondaria. Improvvisamente sentiamo un rumore assordante, ci voltiamo di scatto in tempo per vedere tre cavalli con relativi cavalieri che scendono all’impazzata e ci sfiorano superandoci. La paura è tanta e concreta, riesco solo ad immaginare che cosa poteva provare un povero soldato di fanteria , non importa in quale battaglia, dai romani all’ultima guerra, quando si vedeva caricato  da quella specie di mostro iurassico  formato dal cavallo e dal cavaliere armato di tutto punto. Penso anche che possa essere per caso Santiago  Matamoros  che vuole fare a pezzi questo miscredente del sottoscritto. Non faccio in tempo ad esaurire tutto il repertorio degli insulti e delle maledizioni lanciate al loro indirizzo, quando uno dei cavalli, con i suoi ferri lucidissimi, scivola su una lastra di pietra del selciato, prende uno sbandone pazzesco  e proietta il cavaliere con la velocità della luce a 10 metri di distanza contro lo spigolo del marciapiede. Una botta terribile alla schiena ! Pensavo sinceramente che fosse morto. Ma avvicino immediatamente  (sono medico e per giunta traumatologo) e, dopo essermi accertato che fosse ancora vivo, mi accingo a prestargli le prime cure quando veniamo raggiunti da alcuni suoi amici con un pulmino di appoggio che lo caricano e se lo portano via.

Il Camino che porta a Villafranca del Bierzo corre in una verde campagna senza alcuna difficoltà. La città ha assurto grande importanza da quando, nel 1458, un papa spagnolo (Callisto III) concesse alla chiesa di Santiago che si incontra poco prima dell’ingresso alla città, un grandissimo privilegio: i pellegrini infermi che non riuscivano a raggiungere Santiago, una volta passati attraverso la sua magnifica porta laterale (la puerta del Perdon)  avrebbero avuto la dispensa di raggiungere Santiago ma contemporaneamente la remissione di tutti i peccati e tutti gli altri dono spirituali, come se realmente avessero raggiunto il sepolcro dell’Apostolo. 

Si lascia Villafranca lungo la sirga peregrinale, che curiosamente qui non si chiama calle de Santiago o in alternativa calle dos pelegrinos, ma “calle del Agua”.  Per i primi 10 km.  circa vi sono due alternative del percorso, una molto bella in mezzo ai boschi, ma con una dura salita e un’altrettanto dura discesa, per giunta molto più lunga. La seconda purtroppo obbliga a seguire il bordo della nazionale. Non ce la sentiamo però di metterci nelle gambe una bella faticata e preferiamo mantenerci le forze per la vera salita, quella del Cebreiro. Così, dopo un terribile  e buio tunnel stradale,  ci infiliamo nella stretta vallata del rio Valcarce, camminando a volte di fianco e a volte addirittura sotto le ampie travate in cemento dell’autostrada. Per fortuna questo tormento termina dopo meno di 10 Km. e il Camino riprende la sua fisionomia passando attraverso paesini carini e tranquilli. In uno di questi : Herrerias,  si trova un quartiere chiamato Hospital Inglès pare fondato nientemeno che dal re inglese Enrico II Plantageneto nel 1177. Qui comincia la vera salita, passando per minuscoli paesi come La Faba e più su Laguna de Castilla che segna la fine della provincia di Leon e della Castiglia.

Pochi Km ancora di dura salita e finalmente si raggiunge il mitico Cebreiro. “Pillola”

 

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