Goa

Goa è il più piccolo stato dell’India, posizionato a circa 500 Km a sud di Mumbai, raggiungibile in poco meno di un’ora di aereo, confinante oltre che con il Maharashtra anche con il Karnataka ed è bagnato dal Mare Arabico.
Antica colonia portoghese, Goa ha un unico mix di cultura ed architettura Indiana e Portoghese e , con i suoi oltre 100 Km di spiagge bianchissime, attira ogni anno milioni di turisti, grazie anche ad un clima favorevole da ottobre a maggio.
Lo stato è diviso in due distretti, Nord e Sud Goa. La capitale Panaji, piacevole città attraversata dal fiume Mandovi, con le sue numerose case portoghesi e le chiese immacolate, è un tipico esempio dell’influenza portoghese. Il lungofiume giunge fino a Miramar e Dona Paula, due delle spiagge maggiormente frequentate dagli abitanti di Panaji. I turisti preferiscono rilassarsi sulla spiaggia della più famosa Palolem a sud o fare le ore piccole sulle spiagge di Anjuna o Vagator , retaggio ancora dei mitici anni 60, dove droga e musica erano il life motive dei giovani dell’epoca.
Oggi il turismo si sta spingendo sempre più a nord. Resort in legno cominciano ad invadere spiagge fino a poco tempo fa incontaminate come Aswem e Mandrem. I cocchi , che degradano fin sulle spiagge, coprono in parte queste nuove costruzioni, fatte comunque nel rispetto della natura. Solo Keri o Querim, da dove parte il traghetto che porta al di la del fiume Terekol, è priva di qualsiasi struttura turistica.
Il piccolissimo villaggio di Terekol , sul cui promontorio si erge Fort Terekol, antico forte trasformato recentemente in un Heritage Hotel, è l’ultimo paese prima del confine con il Maharastra e si trova ad una manciata di chilometri da una delle spiagge più belle che io abbia mai visto e che non ha nulla da invidiare alle spiagge maldiviane o caraibiche. Sto parlando di Redi beach : trovandosi già nel territorio del Maharastra, è consigliabile portare con sé il passaporto, nella ipotesi di un controllo al confine.
Consiglio di noleggiare una moto, che rende facile gli spostamenti.
Varia è la cucina goana, cattolica ed indù, come la popolazione : il pesce comunque la fa da padrone.

 

 

Attraverso l”India dove tutto è estremo

Il mio quarto viaggio in India è iniziato da Calcutta. Fiumi di parole sono state scritte su questa città, primo fra tutti, non cronologicamente parlando ma solo per la popolarità che le ha dato, Dominique Lapierre. Grazie a lui, Calcutta è diventata per antonomasia “La città della gioia“. Per chi non avesse ancora letto il libro, la città della gioia è, o meglio era, il più grande slum, ovvero, la più grande e popolosa baraccopoli che ha fatto da sfondo al romanzo del giornalista francese. Dico romanzo, perché alle realistiche descrizioni della città, si uniscono le storie romanzate di vari personaggi, dall’uomo cavallo al prete francese missionario, al medico americano in preda alle insoddisfazioni lavorative che ritrova se stesso dopo aver prestato il suo aiuto vivendo insieme alla popolazione dello slum e condividendo tutto, dalle latrine al cibo agli scarafaggi alle inondazioni al ciclone. Credo che tutti gli aggettivi del vocabolario italiano siano stati usati sapientemente da Lapierre per descrivere Calcutta.

Calcutta è l’India, ma è l’India che puoi ritrovare in alcuni luoghi del Rajasthan o a Varanasi. La vastità della città ed i suoi milioni di abitanti ti fanno sembrare tutto moltiplicato. A qualsiasi ora del giorno e della notte c’è sempre movimento. Calcutta non si addormenta mai.

Ma non è una sua prerogativa. In tutta l’India vedi sempre gente per strada, chi vende le cose più impensabili, chi mangia, chi rovista fra l’immondizia, chi dorme sotto le stelle, chi, come a Calcutta, ha fatto di un pezzetto di marciapiede numerato la sua casa. I più fortunati posseggono un quadrato di plastica a mo” di tetto o i più fortunati ancora hanno un bagno privato consistente in un residuo di specchio raccattato in non so quale immondezzaio o un mobile fatiscente come armadio. Forse rispetto a tutte le altre città dell’ India, Calcutta è più sporca, più caotica perché più popolosa, diciamo anche una delle più povere con un maggior numero di mendicanti per strada, di bambini senza neanche uno straccio addosso, una specie di “corte dei miracoli”.
Ma Calcutta è anche la capitale intellettuale dell’India. Ha dato i natali al premio Nobel Tagore famoso per le sue incantevoli poesie, è la culla del pensiero filosofico di Aurobindo e a tutt’oggi l’Indian Coffee House è il ritrovo dei pensatori, degli artisti, dei registi. Sembra strano che in un posto che stenta a sopravvivere, possano esserci un numero enorme di sale cinematografiche, più numerose che a Delhi e a Mumbai. Ma l’India è così, piena di contrasti, è bella per questo, perché non finisce mai di stupirti.

Arriviamo a Calcutta al mattino presto e siamo accolti da una terribile umidità che ti fa sudare ad ogni insignificante movimento. Stai bene solo in albergo, con l’aria condizionata che soffia forse più del necessario, albergo molto scenografico, poco lontano dal centro, raggiungibile in pochi minuti di taxi. Mi rifiuto di farmi trasportare dagli uomini-cavallo che trovi solo a Calcutta, la cui presenza è preannunciata dal suono di quel campanello il cui uso fu vietato da Gandhi, in quanto manifestazione di degrado sociale che annulla la dignità umana.
Ci facciamo lasciare dal taxi in prossimità dell’Howrah Bridge, un brutto ponte moderno costruito dagli Inglesi che congiunge le due sponde del fiume Hooghly, ramo del delta del Gange che prende tale nome prima di tuffarsi nel golfo del Bengala. Visto al mattino non mi ha particolarmente affascinato; con il calar del sole, invece, si trasforma, sembra di trovarsi in un girone dantesco…

Milioni di persone lo affollano, le più disparate, le più varie, le più strane, cariche di qualsiasi cosa, dalle pentole ai sacchi di fiori alle ceste in bilico sulla testa piene di masserizie non ben definite; la maggior parte si riversa alla stazione per ritornare ai paesi dopo il lavoro, altri al lume di flebili luci vendono ai bordi del marciapiede due banane, tre cipolle, un’arancia, oppure mercanzie di nessun valore, che mi chiedo chi possa comprare e quanti paisa possano rendere, forse giusto quelli per una manciata di riso.
Non riusciamo neanche a camminare, tanta è la gente, tantissimi i vecchi autobus inglesi dal tipico colore rosso, traballanti sotto il peso delle persone che si aggrappano alle pedane ed ai finestrini, tantissimi i risciò, le macchine, i carretti, le bici. E’ uno dei ponti più trafficati del mondo ed è entrato nel Guinness dei primati per il maggior numero di persone che lo attraversano giornalmente. Quasi fosse una zona militare, ci è impedito di fotografare, così come all’interno della metropolitana e della stazione ferroviaria, cosa non strana per l’India.
Insieme alla guida visitiamo, invece, il tempio della dea Kalì, chiamato anche Kaligat da cui Calcutta prese il nome. Coesiste pacificamente con l’Ospedale creato e voluto da quella suora mingherlina a nome Madre Teresa, che all’inizio venne vista dagli induisti come nemica, come colei che voleva “rubare” fedeli da convertire alla religione cristiana. Il tempio è dedicato alla dea Kalì, la nera, manifestazione cattiva di Parvati, moglie di Shiva, rappresentata con un coltello in mano, una collana di teste decapitate al collo, assetata di sangue. Ad orari prestabiliti, infatti, per soddisfare la dea, vengono sacrificati animali: li senti piangere, belare quasi implorassero la grazia… ma dalla morte, si ha la vita: in fondo al tempio sorgono le cucine dove vengono preparati pasti caldi da distribuire ai fedeli più indigenti che affollano ogni giorno il tempio per venerare la dea. E’ un po’ la legge della sopravvivenza. Qualcuno sostiene che questo è il vero tempio induista. Sarà, ma io non ho visto la gioia, la serenità, i sorrisi a cui sono abituata, anche perchè è uno dei pochissimi templi in tutta l’India dedicato alla dea Kalì: e dico meno male…
Due giorni a Calcutta trascorrono velocemente e dopo un breve volo interno, ci trasferiamo nella capitale dell’Orissa, Bhubaneshwar, che letteralmente significa “signore del mondo” uno degli epiteti di Shiva. Abbiamo giusto il tempo di visitare qualcuno dei 500 Mandir rimasti dei 7000 originari. Di architettura Nagara tipica di questo stato, singoli o raggruppati, sorgono intorno al piccolo lago Bindu Sagar.
Sicuramente il più bello è Lingaraj Mandir, dedicato al dio Shiva che nella sua versione di creatore ha come simbolo il “lingam”, che altro non è che il simbolo fallico. E’ uno dei luoghi di pellegrinaggio più sacro agli indù in quanto al suo interno è custodito uno dei 12 principali shivalingam, ma questo fa sì che l’ingresso sia assolutamente vietato ai non induisti. Ci accontentiamo perciò di ammirarlo da una terrazza improvvisata, dietro una piccola ricompensa.
A pochissimi chilometri dal mare e da Puri, sorge isolato il magnifico tempio di Konarak, dedicato al Dio Sole, rappresentato come un carro con 24 meravigliose ruote finemente cesellate, trainato da 7 cavalli. E’ stato costruito in una posizione talmente strategica da essere baciato dal sole il più possibile.

Ed eccoci a Puri, una delle città più sacre per gli induisti: qui si venera Jagannath, “il signore dell’universo”, uno dei nomi di Krishna, manifestazione terrena di Visnù, che la leggenda vuole imperfetto nelle fattezze. L’imponente tempio rosa e bianco di Jagannath, che qualcuno dice abbia custodito il dente di Buddha prima che fosse trasferito a Kandy in Sri Lanka, è interdetto anch’esso ai non induisti. A dimostrazione della estrema sacralità del luogo, si dice che l’accesso venne impedito addirittura ad Indira Gandhi, colpevole di avere sposato un parsi di Mumbai e di avere pertanto perso la purezza della casta.
Noi possiamo ammirare il mandir dalla terrazza della biblioteca, da dove vedi un brulicare incessante di fedeli, svolazzare come farfalle sari rosa confetto, verdi, gialli, rossi, azzurri in un tripudio di colori, fumare le grandissime cucine poste a sinistra dell’ingresso principale. Ci è concesso di fare il periplo e di sbirciare l’interno del tempio attraverso le 4 porte di ingresso,vegliate da grappoli di pipistrelli che ne hanno fatto la dimora fissa.
La vita intorno al tempio è incessante: lungo la via principale che porta al tempio un coloratissimo mercato attira milioni di persone, di personaggi straordinari che solo in India puoi trovare e che io fotografo in maniera maniacale quasi a voler emulare Raghu Ray. Ma anche se non sono all’altezza di cotanto fotografo, riporto in Italia un bel numero di foto “vive”, che ti trasmettono un non so che di magico, di mistico, addirittura guardandole sembra di respirare il profumo dei fiori, dell’incenso, del sandalo…
Puri è nota per le sue spiagge, ma anche per la presenza di un villaggio di pescatori, costituito da capanne sprovviste di servizi igienici. Gli abitanti vivono sommersi dall’immondizia, usano la spiaggia ed il mare come discarica e come toilette: gli uomini coperti solo da un perizoma, i bambini seminudi, le donne impeccabili nei loro sari multicolori, l’orecchino al naso ed il bindi in mezzo alla fronte, tirano a campare con il ricavato della vendita del pesce. L’unico tratto di spiaggia accessibile è a qualche chilometro da questo villaggio: anche qui è consuetudine allestire un mercato pomeridiano-notturno, con rivendita di pesce, frittelle e dolci in vecchi baracchini ridipinti in azzurro e bianco utilizzati dagli occidentali negli anni cinquanta come distributori di gelati da passeggio.

Da Puri con un altro volo interno ci trasferiamo in una città, Hyderabad, capitale dell’Andhra Pradesh che merita assolutamente di essere visitata. Non è la solita città indiana, ma un connubio di civiltà indo-araba-mussulmana. Ne è la prova la presenza di minareti, di moschee accanto ad immagini di Ganesha, Shiva, di donne coloratissime e di donne con il chador.
Che bellezza vedere questo miscuglio di nero mussulmano e di chiazze di colore, magari abbracciate tra di loro, in giro per il famoso mercato Charminar, chiamato da tutti con il nome dell’ enorme portale con quattro minareti costruito come talismano a protezione della città. Il mercato è un misto dei suk dei paesi arabi e dei bazar orientali, scintillante di braccialetti di vetro colorati, di monili arabeggianti accanto a tessuti e sete indiane, a perle, argenti, ottoni, profumi, spezie… Charminar è diventato l’emblema della città e ne ha varcato i confini, tant’è che il nome e l’immagine di questo “arco” appare sui pacchetti di una delle più note marche di sigarette e su antiche monete indiane.

Da Hyderabad in aereo ci trasferiamo a Goa, questa volta a North Goa, più famosa di South Goa, perché meta negli anni sessanta di artisti famosi e dei cosiddetti “figli dei fiori”, che della spiaggia di Anjuna hanno fatto un mito, il ritrovo degli hippy festaioli, il simbolo della droga e del sesso libero.
Oggi di tutto questo non è rimasto più niente. A cercare di far rivivere il mitico periodo, scovi qualche patetico ormai sessantenne, tatuato, con il codino, che tutti i mercoledì mattina si mescola ai goani, a donne in costume tibetano in un coloratissimo mercato, diventato ormai solo un’attrazione per turisti.
Spiagge incontaminate si estendono per oltre cento chilometri a nord ed a sud di Panagji che del piccolo stato di Goa è la capitale: spiagge bellissime, silenziose, orlate da palme ricurve, con deliziosi forti in stile portoghese, retaggio di tale dominazione. A Panagji sembra rivivere un pezzetto di Portogallo, con le case dipinte con colori pastello e le chiese cattoliche di un bianco abbagliante. Ma anche qui, l’India non si smentisce: accanto al crocefisso, trovi le offerte votive, il cocco, le banane, i fiori che sono esclusiva dei templi induisti.

La nostra ultima meta è Bombay, dove mi sembra di tornare a casa. Giriamo senza guida, ma non abbiamo nessun problema neanche ad entrare nel tempio di Mumbadevi, da cui il nome di Mumbai, affollatissimo quel giorno perché la festa di tutta la città e della dea che ne è il simbolo. I fedeli ci fanno largo senza chiedere nulla, solo perché capiscono che siamo turisti, anzi ci ringraziano di essere a Mumbai, ma soprattutto nel loro tempio. Ecco, in antitesi con il tempio induista di Calcutta, qui regna la gioia, la serenità, i fiori non sono rosso sangue, ma gialli, bianchi, arancioni, la gente sorride in fila ordinata sotto un sole cocente. Il tempio è situato nel cuore pulsante di Bombay, nel Chor Bazar, il mercato dei ladri, precisamente nello Zaveri Bazar, la strada dei gioiellieri, che qualche anno fa fu teatro di un attentato. Mi diverto a curiosare nelle varie botteghe stracolme di bronzi, ottoni, mobili antichi, statue e statuette delle loro divinità, provenienti o da case private o da templi. Ma non si tratta di furti, a dispetto del nome del bazar. Diciamo che ogni tanto le statue vengono rinnovate o, in occasione della puja, buttate in mare. Non posso fare a meno di acquistarne una di Ganesh, che oggi adorna un angolo della mia casa.
Visto che è già la seconda volta che soggiorno a Bombay, decido di scoprire la Bombay meno turistica e con gli altri ci facciamo accompagnare in taxi al Banganga Tank. Situato vicino al mare, è costituito da un bacino sacro per le abluzioni, circondato da tempietti dedicati a Shiva, Ganesh, Visnu, tutti pulitissimi, ricolmi di fiori. Ci fa da guida improvvisata un abitante del quartiere, che si meraviglia ogni qual volta riconosco il dio a cui è dedicato il tempio. Sgrana gli occhi quando gli regalo 50 rupie. Per loro è l’equivalente di quasi un mese di lavoro, per chi ce l’ha, per noi è poco più di una pizza margherita. Prende i soldi, bacia la moneta, ringrazia Shiva e congiungendo le mani ci rivolge un calorosissimo “namaste”, ancora incredulo per la fortuna che gli è capitata.
La cosa più affascinante di questo piccolissimo quartiere è la sua particolare collocazione in mezzo a grattacieli newyorkesi modernissimi, un’oasi di povertà in mezzo alla ricchezza. E questa ricchezza e questo lusso esplodono al Taj Mahal, albergo di Colaba situato di fronte al Gateway of India, cioè La porta dell’India. Oggi tale porta non è più il punto di arrivo e di ingresso all’India via mare, ma è il punto di partenza di varie imbarcazioni che in poco meno di un’ora ti portano all’isola di Elephanta dove è possibile ammirare 4 bellissimi templi scavati nella roccia tutti dedicati a Shiva.
Per tornare al Taj Mahal, che porta lo stesso nome del più famoso monumento dell’India fatto erigere ad Agra da un imperatore in ricordo di un amore bellissimo ma brevissimo, strana ne è la storia. Fu fatto costruire dal capostipite della famiglia Tata, industriali conosciutissimi in tutta l’India. Indispettito perché mandato via da un altro albergo in quanto parsi, lo volle il più lussuoso possibile a dimostrazione della sua potenza. Alla parte antica fu poi aggiunta una torre moderna non meno imponente del corpo principale: il panorama che si gode dai piani alti è incomparabile.
Un viavai incessante di gente anima il piazzale antistante il Gateway, carrozzelle con decorazioni pacchiane in argento ed oro sostano in attesa di turisti vogliosi di percorrere non con il solito taxi Marina Drive fino a Chowpatty Beach. Questa è la spiaggia più famosa di Bombay. E’ sconsigliata la balneazione ma è consigliata una passeggiata al calar del sole, quando indovini, contorsionisti, acrobati, venditori di paccottiglia, pulitori di orecchie, barbieri, mendicanti professionisti, gente comune comincia ad affollarla fino a tarda notte, consumando pasti caldi preparati nelle innumerevoli bancarelle ad apertura notturna. La spiaggia così si trasforma in una specie di fiera, un po’ come la piazza di Marrakech, e se se ne avesse il coraggio , sicuramente si potrebbero assaggiare i migliori pakora e i più deliziosi samosa, spuntini tipici indiani, o il miglior gelato al pistacchio che in lingua locale si chiama kulfi.
Trascorriamo l’ultima sera cenando in uno dei migliori ristoranti di Bombay, già sperimentato nel viaggio precedente, su segnalazione del proprietario di una “boutique”, boss della zona, che parla e comprende l’italiano.
Ritorniamo in albergo per recuperare i bagagli e ci troviamo nel bel mezzo di flash, di cineprese, di signore in sari di Benares con preziosissimi ricami che scendono da auto lussuosissime, di uomini vestiti all’occidentale sicuramente griffati: mi chiedo chi siano, se sia una festa in onore del più grande direttore d’orchestra indiano Zubin Metha, nativo di Bombay ed ora alla guida del “Maggio Fiorentino”, ospite dell’albergo con i suoi orchestrali. Chiunque siano, è come essere in un film, in un’atmosfera dorata, patinata, hollywoodiana, al di là della strada… la miseria.

Lake Palace

Non riesco a scrivere niente altro che non sia sull’India!

Sono stata a Cuba, in Messico, in Iran, in Egitto, mete altrettanto belle ed affascinanti, forse qualcuna un pò meno come la tanto sponsorizzata Cuba, ma non tali da suscitare emozioni anche al solo pensiero.
La mia prima volta in India è stata nel 2000, viaggio organizzato da mio marito Giorgio, ostacolato fortemente da me, che dell’India mi ero fatta un’idea completamente sbagliata. Forse ero stata influenzata da persone, i tipici Turisti e non i veri Viaggiatori, che ritornate da lì, descrivevano solo la povertà, la sporcizia, la desolazione, non comprendendo quale sia la vera bellezza dell’India. La bellezza della gente che pur non avendo niente sorride sempre alla vita!
Ho un ricordo vago dell’aeroporto di Delhi, brulicante di persone, fumoso, con un’aria irrespirabile, quella che ti accompagnerà sempre da nord a sud, un misto di fiori, spezie, incenso, sandalo e fogna.
La tentazione immediata è quella di riprendere l’aereo e di ritornare indietro subito, ma se resisti non te ne pentirai, magari riuscirai a creare una sorta di complicità, un legame strano, quasi un cordone ombelicale difficile da tagliare.

Il nostro viaggio prevedeva il tour del Rajasthan rivisitato e corretto avendolo costruito “su misura”, con appendice a Kajouraho e Varanasi, una delle città sacre, meta degli Induisti che nel fiume Gange, chiamato Madre Ganga, si purificano, raggiungendo il karma.

Da buoni occidentali, avevamo previsto i pernottamenti nei palazzi dei maharaja, ex sontuose residenze trasformate in lussuosi alberghi di grande fascino, di enorme charme, con un non so che di misterioso e di esotico. Una meraviglia!

Certo, fortissimo è il contrasto tra la povertà da una parte e lo splendore e lo sfarzo dall’altro! Ma l’India è così: convivono miseria e ricchezza nello stesso vicolo, nella stessa strada, con incredibile naturalezza.

E così, sia a Jaisalmer, che appare come un miraggio dopo chilometri di deserto abbarbicata su uno spuntone di roccia, che a Bikaner, che a Jodpur la “città blu” che a Jaipur la “città rosa” ci beiamo di vivere come in un sogno tra sete, organze, affreschi, arazzi, intarsi, mobili, tutto di una bellezza mozzafiato.

Ed arriviamo a Udaipur la “città del sole nascente”, forse la città meno conosciuta dai più e forse anche la più piccola ma senz’altro la più deliziosa e la più affascinante e ci arriviamo il giorno del mio compleanno. Ma non è stato un caso… Tutto studiato da Giorgio, inconsapevole artefice di questo mio amore per l’India. Sapevo che il nostro hotel sarebbe stato il Lake Palace, ex residenza estiva dei potenti maharaja, sapevo che era considerato uno dei sette alberghi più belli e prestigiosi del mondo, ma non potevo certo immaginare quello che di lì a poco avrei visto!

Il pulmino, attraversata Udaipur, facendosi largo tra vacche lente e padrone della strada, cani, pedoni indisciplinati, carretti, bici, si dirige verso il lago Pichola. Resto senza fiato. Dalle acque sembra emergere questa costruzione candida, bellissima, che sembra una nave. Ammutolita, mi lascio trasportare dalla piccola imbarcazione messa a disposizione dall’albergo, scattando foto su foto, 10, 20 foto, forse per la paura di non riuscire a cogliere e riportare in Italia tutta la magia di quel posto. Cinque minuti di barca ed ecco che attracchiamo, entriamo nella hall.

E mi vengono incontro con una torta! Stupefatta e stordita, non riesco neanche a ringraziare nel mio stentato inglese, mi guardo intorno ed ammiro ogni angolo, cercando di memorizzare il più possibile di questo posto incantato. L’albergo è a pianta rettangolare, costruito attorno ad un magnifico giardino, un’esplosione di profumi e di colori, che ti inebriano, quasi ti drogano. La nostra camera, al piano terra, è a pelo d’acqua. Dalla piccola piscina rivestita di marmi e riparata da un albero di mango, si gode un panorama incomparabile: si vede il City Palace, ex residenza fortificata trasformata in museo che domina dall’alto della collina, si intravede il Tempio dell’Elefante, magnifico nella sua semplicità. Dalle terrazze dell’albergo, arredate con divani e tavolini indiani, ridondanti di colori e di decorazioni dorate, lo sguardo si perde nel lago fino a scorgere un piccolo isolotto, trasformato anni prima in set per il film “Octopussy”. L’atmosfera diventa ancora più surreale quando, al calar del sole, il palazzo viene illuminato. Lo ammiro dalla terraferma, estasiata, incredula che tanta semplice bellezza possa evocare emozioni così forti…
Mi ritrovo nella sala da pranzo, accolta da un cameriere che mi offre un mazzo di fiori profumatissimi, intonando insieme all’orchestra la tipica canzone di auguri. Nessuna parola è adatta a descrivere il mio stato d’animo in quel momento!
Mi rimane solo un bellissimo ricordo, indelebile…

Maha Kumbha Mela

Di tutti i viaggi che ho fatto in India, circa venti, sicuramente quest”ultimo ad
Allahabad, dove tutt’ora si sta svolgendo il Maha Kumbha Mela, è quello che più mi ha suscitato emozioni, mi ha fatto riflettere e capire quanta devozione abbiano gli induisti.
Letteralmente Kumbh o Kumbha è il vaso di terracotta, ma anche il segno
dell”Acquario, Mela è il raduno ed è il più importante pellegrinaggio indù.

Le origini del Kumbha Mela sono antichissime.

Nella mitologia indiana, si dice che durante il combattimento tra gli Dei ed i Demoni per il possesso del nettare dell”immortalità, o AMRTA, il vaso si ruppe e quattro gocce caddero sulla terra, dando origine a 4 città divenute sacre, Allahabad o Prayag, Haridwar, Nasik ed Ujjain.

A turno, ogni tre o quattro anni, le cui date sono calcolate secondo una speciale combinazione zodiacale, del Sole, della Luna e di Giove, queste città ospitano un piccolo Kumbha Mela, per culminare ogni 12 anni nel Maha Kumbha Mela ad Allahabad, dove si riversano milioni di pellegrini, che per purificarsi dai peccati , si immergono nelle acque di Madre Ganga.

Allahabad assume particolare importanza, in quanto qui confluiscono 3 fiumi sacri, il Gange, lo Yamuna ed il Saraswati, oggi praticamente inesistente, in un punto chiamato Sangam.
Nasik, bagnata dal fiume Godawari e Ujjain bagnata dal fiume Shipra
di solito ospitano un Kumba Mela che non raggiunge mai le proporzioni di grandiosità e di affluenza di Allahabad ed Haridwar.
Dunque quest’anno, io e mio marito Giorgio abbiamo deciso di non mancare
all”appuntamento con il Kumba Mela, scegliendo come data il “bathing” del 6 febbraio.
La sistemazione nelle “tende di lusso” ha lasciato molto a desiderare e non consiglierei a nessuno di alloggiare nelle tendopoli attorno al Sangam, ma di preferire un albergo in città.
La posizione geografica di Allahabad, che si trova a sud di Delhi e
a 150 Km della più conosciuta Varanasi o Benares, introdotta nei circuiti turistici, è tale che in questo periodo determini escursioni termiche di oltre 15 gradi. Usciti di buon ora dalla tendopoli, vediamo questa enorme “spianata” avvolta nella nebbia e come in un girone dantesco cominciano ad apparire sadhus, donne , bambini che la mia macchina fotografica ha cercato di catturare. Penso che le immagini parlino più delle parole. Perciò se avete voglia di perdere qualche minuto vi auguro buona visione.

GALLERIA IMMAGINI.

Viaggio nel Karnataka

FEBBRAIO 2011: atterriamo a Goa, con un volo proveniente da Doha, capitale del Qatar. Ottimizziamo il nostro tempo e prima di partire in taxi alla volta del Karnataka, facciamo incetta di argenti, stoffe e spezie al Flea Market, famosissimo mercato delle pulci che si svolge ogni mercoledì ad Anjuna.

Decidiamo di trascorrere la prima notte a Gokarna, non tanto per vedere i templi indù che non sono niente di speciale, ma solo per avventurarci alla ricerca di OM BEACH, chiamata così perché a forma di OM. Per chi non lo sapesse, OM è un mistico suono sacro di origine Hindù, comunemente rappresentato come un 3. Ed è a forma di un 3 rovesciato questa OM BEACH, a cui si accede tramite un sentiero scosceso, faticosamente trovato. Un solo ristorante con annessa qualche camera, pochi turisti, una bancarella che vende variopinti parei : questo splendido posto non offre mondanità né calca, ma solo il rumore delle onde che si infrangono sulle rocce che separano le due insenature.

Partiti l’indomani per Hampi, vi arriviamo la sera tardi, non consapevoli che qui in Karnataka più che altrove, le strade sono strette, dissestate e trafficate. Più ci avviciniamo alla meta, più ci sembra di essere tornati indietro nel tempo, un po’ come nel Rajastan.

Hampi sorge lungo le sponde del TUNGABHADRA RIVER. Il luogo di maggiore attrazione è il VIRUPAKSHA TEMPLE, ma non meno spettacolari sono le statue giganti di Ganesh e le rovine di VIJAYANAGAR. Siamo quasi obbligati a seguire parecchi turisti ( tutti indiani ) alla sommità di un belvedere, da dove avremmo dovuto ammirare un tramonto eccezionale. Niente di tutto questo !

La seconda meta è Badami, famosa per i templi rupestri costruiti nelle rocce. Questi templi testimoniano tutte le religioni sviluppatesi in India: due di questi templi , infatti , sono dedicati a Vishnù, uno a Shiva, uno è giainista ed uno buddhista. Le grotte si affacciano su un bacino, alla cui sommità nord sorgono i templi di BHUTANATHA.

Basta solo un giorno per concludere il giro in questo tranquillo paese rurale e pertanto decidiamo di spingerci fino a Bijapur. Per nulla attraente, è disseminata da segni dell’architettura musulmana: sorgono infatti moschee, fortificazioni e mausolei. Il più famoso forse per la sua cupola seconda al mondo per dimensioni è il GOLGUMBAZ, ma senz’altro il più bello è il mausoleo di IBRAHIM ROZA.

Tra un mausoleo e l’altro ci concediamo un MASALA CHAI, tè alle spezie tipico dell’India, variabile di gusto a seconda della quantità e della miscela delle spezie.

Orbene ricorderò BiJapur pèer aver gustato il miglior MASALA CHAI in senso assoluto, serviti in bicchieri di latta in un posto, di cui non so assolutamente il nome, ma che ricordo non brillava in fatto di pulizia. Se decidete di andare in India e di frequentare i veri locali indiani, non dovete assolutamente pensare a come vengono lavati i piatti o come vengono lavate le verdure.

Altrimenti fate un viaggio a 5 stelle !

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Amritsar ed il Golden Temple

Da molto tempo desideravo andare ad Amritsar e vedere dal vivo il famoso Tempio d’oro dei Sik , meta mai inserita nei pacchetti viaggi turistici non perché non sia degno di una visita, tutt’altro, ma perché scomodo da raggiungere. Si trova, infatti, a trenta chilometri di distanza dal confine con il Pakistan, a circa 500 chilometri a nord – ovest di Delhi , raggiungibile in neanche 45 minuti di aereo. Già i passeggeri del volo diretto ad Amritsar, tutti Sik , ti fanno pensare che incontreremo pochi turisti ed avremo anche delle difficoltà linguistiche non indifferenti. Nonostante l’inconveniente , che  però in India è la normalità , di non aver trovato il taxi prenotato insieme alla camera d’albergo, riusciamo a farci capire e a farci portare in città. E qui la prima sorpresa. Il taxi non può entrare nell’ area del tempio e di conseguenza non possiamo arrivare all’albergo che si trova proprio di fronte all’ingresso principale del Golden Temple. Stanchi per i voli trasciniamo le valige tra la folla brulicante, prima di capire che possiamo farci trasportare dai rikshaw autorizzati ad attraversare l’area protetta. E qui seconda sorpresa !  Sono rikshaw elettrici e io non li ho mai visti da nessuna  altra parte !!!!! Sembra quasi assurdo trovare questa novità in un posto dove la mattina  lo smog la fa da padrone e dove la tecnologia sembra essere rimasta indietro di anni. Finalmente arriviamo in albergo . Tempo di depositare i bagagli ed usciamo immediatamente per non  perdere la visione pomeridiana e notturna del tempio.

“Keep  your shoes  here “ campeggia sull’ingresso principale , per cui lasciamo le scarpe ed entriamo in religioso silenzio e con il capo coperto . Pochi passi ed immergiamo i piedi in una specie di canale con l’acqua , sempre pulita, quasi fosse una purificazione esterna prima di entrare in questo posto sacro. Lo spettacolo che si presenta ai nostri occhi scendendo la gradinata è unico. In mezzo al bacino circondata dall’acqua si erge una costruzione magnifica , d’oro, che i vari servizi fotografici o le trasmissioni televisive non rendono giustizia. Ti manca il fiato e giù a scattare foto da ogni angolazione e a tutte le ore, in modo da riprendere questo posto anche di notte , quando le luci accese lo fanno brillare e specchiare nel lago . Camminiamo intorno al bacino sui pavimenti di marmo candidi del corpo principale senza calpestare nulla neanche un granello di polvere . Essendo venerdì sera, riusciamo a fare una coda umana per entrare all ‘interno del tempio a cui si accede attraverso una passerella. Che spettacolo una volta entrati !!! Oro, oro e solo oro , mai visto niente del genere . Ovviamente gli unici stranieri eravamo noi in mezzo a uomini con il tipico turbante variopinto, donne, bambini, tutti composti e in silenzio . Vorrei stare ancora dentro visto che il tempio è aperto 24 ore su 24 ma la stanchezza e la fame hanno il sopravvento. Qui c’è poco da scegliere . Sono tutti vegetariani e non bevono alcool.  Decidiamo di seguire il consiglio del receptionist dell’albergo ed andiamo in un ristorante molto piccolo vicino all ‘altro ingresso del tempio. Ordiniamo i dosa, il daal e i pakora, che ci vengono serviti in quantità gigantesche e che non riusciamo neanche a finire. Ma che delizia!

Dal ristorante dell’albergo all’ultimo piano mentre gusto il masala chai per colazione ammiro la cupola del tempio scintillante al sole che comincia a farsi strada tra la nebbiolina . Ritorniamo al tempio per goderci lo spettacolo mattutino ma essendo sabato la coda per entrare dentro è lunghissima ed anche il numero dei pellegrini è quintuplicata rispetto al giorno prima.

Ci sono tanti posti da visitare in India e penso che difficilmente o per lo meno non a breve scadenza torneremo nel Punjab, per cui decidiamo di fare un tour della città per poi finire la giornata al confine con il Pakistan ed assistere al cambio della guardia .

Il tassista e guida insiste per farci vedere un Golden Temple in miniatura , regno però dei religiosi Indù , ma onestamente dopo avere ammirato quello Sikkista, questo ti lascia indifferente.

Ultima tappa l’India – Pakistan border , per il cambio della guardia alle 5,30 p.m. Gremitissimi gli spalti da ambo gli Stati, coreografie molto belle, ma a me ha dato più l’impressione di uno spettacolo turistico. Era d’obbligo però venire fin qui , non fosse altro per fotografare i vecchi carretti ed i loro coreografici proprietari che vendono cibo da strada e qualsiasi altra cosa commestibile a coloro che ritornano verso le auto parcheggiate in appositi piazzali a più di un chilometro di distanza dal confine. L’atmosfera che respiro mentre mi faccio strada tra inebrianti profumi di spezie mi ha ricordato il Rajasthan del 2000, anno del mio primo viaggio in questo continente che non ha mezzi termini, o è bianco o è nero, o ti piace o non ti piace, o ti emoziona o ti lascia indifferente, ma che per me è difficile da dimenticare.

Cammino di Santiago

Consigli pratici e riflessioni su uno dei più famosi e importanti pellegrinaggi del cristianesimo fatto con le gambe di un pingue quasi sessantenne e con il cuore di un ateo.

Quando Giò si è messa a scrivere dei nostri viaggi devo confessare che la cosa mi ha “rosicato” un po’ e quindi, appena mi ha chiesto di scrivere qulcosa anch’io non ci ho messo più di un nanosecondo per accettare.  Non è stato, per me, nemmeno un problema di scegliere quale viaggio fra i tanti belli che abbiamo fatto, in quanto per me il Cammino di Santiago è stato il viaggio .

Chiedo scusa per la qualità delle immagini, che nel passaggio dalle diapositive hanno perso moltissimo. Con un po’ di calma mi prometto di tentare di migliorarle.

Buona lettura

Cap. I. i primi approcci    “Ogni grande viaggio comincia sempre con un piccolo passo

Il desiderio di percorrere il Camino è nato tanti anni fa nei primi anni ’90, quando non era ancora esploso il boom, leggendo un articolo su un giornale turistico  nel quale si descriveva il viaggio fatto da alcuni ragazzi in mountain bike lungo il percorso attraverso tutta la Spagna fino a Santiago di Compostela.

Pur essendo molto stringato in esso erano descritti dei luoghi sperduti e rimasti tali e quali da centinaia se non da migliaia di anni.

Per un appassionato di storia, soprattutto medioevale, quell’articolo è diventato uno stimolo irresistibile, che senza coinvolgere il contesto religioso o fideistico, è diventato sempre più intenso fino a costringermi a programmare il mio primo approccio al “Camino”.

Così, molti anni fa, approfittando delle vacanze pasquali, ho caricato mia moglie Giò, i miei figli Matteo e Paolo sulla mia potente Audi,  ho attaccato la roulotte e sono partito.

Evidentemente Santiago non era molto entusiasta della mia scelta, tanto che il viaggio è durato circa 100 Km. quando ho fuso il cambio automatico in una nuvola di olio bruciato. 

C’è voluto un anno prima di riuscire a trovare il tempo per ricominciare. Così, nelle vacanze dell’anno successivo, ho deciso di riprovarci. Questa volta senza figli ma con una coppia di amici che si sono aggregati dopo che mi hanno sorpreso a fotocopiare una cartina stradale e l’elenco dei “Paradores”. 

E’ necessaria una piccola divagazione per quanto riguarda i “Paradores de turismo”; essi sono hotel di prestigio, gestiti dallo stato spagnolo e collocati in edifici di rilevanza storica magnificamente restaurati. Ne esistono circa 100 in tutta la Spagna (vedi il loro sito). Lungo il Camino ve ne erano 3; ora 4. Avevo programmato le tappe in modo da fermarci ogni sera in uno diverso, dopo le prime 2  tappe di avvicinamento  in Francia. Ciò è già indicativo dello spirito con cui ho affrontato il viaggio : non pellegrinaggio o sofferenza , ma turismo, cultura e un pizzico di curiosità. 

Dopo Nizza, la seconda tappa è stata a Biarritz. E’ stata molto lunga, con sosta a Lourdes per toccare con mano ciò che rappresenta per un credente la fede ma anche rendersi conto del mercimonio che di essa se ne fa: strade intere di negozietti che vendono paccottiglia varia comprese bottiglie, statue e taniche piene di acqua; (a questo proposito è utile leggere cosa dice la guida Routard a proposito di questa fonte), candele di tutte le dimensioni e di tutti i prezzi, come se chi più paga più ha probabilità di ottenere un miracolo (molto democratico), stampelle appese alla roccia (qualcuno ha fatto notare però che non vi è appesa neanche una gamba di legno). Santiago è un pò più serio: per chi ci crede, si va non tanto per chiedere una guarigione o per un interesse personale, ma principalmente per ringraziare. Non vi è acqua benedetta nè ceri miracolosi, ma solo il piacere di contemplare la tomba dell’apostolo e ringraziare per aver avuto la forza per arrivarci. Senza contare il fatto che Il pellegrinaggio a Santiago dura da più di mille anni e non da un centinaio appena.

Come dicevo la seconda tappa è stata Biarritz. Nel pomeriggio abbimo visitato San Sebastian e cenato nel centro storico. Pesce buonissimo e, per la prima volta abbiamo assaggiato i “pimientos rellenos” : peperoni allungati e ripieni di merluzzo. Siamo tornati tardi alla sera a Biarriz e abbiamo alloggiato in un hotel di una catena abbastanza economica che si chiama Campanile. Stanchi e al pensiero che l’indomani si sarebbe dovuto affrontare la lunga tappa di attraversamento dei Pirenei al passo di Roncisvalle, siamo andati a letto subito. L’indomani mattina il commento è stato unanime “Abbiamo dormito benissimo, c’era un silenzio di tomba”. Il motivo di questo silenzio è stato chiaro quando siamo usciti dalla camera :  il balcone si affacciava direttamente su un camposanto!

Una volta scesi al posteggio ecco il primo segnale negativo: il tetto della macchina era ricoperto da un leggerissimo strato di ghiaccio. I commenti sono stati i più banali; ma cosa vuoi che sia; siamo in riva all’oceano; è solo l’umidità , ecc.

l Così cominciamo ad arrampicarci sulle prime pendici dei Pirenei. Man mano che si saliva  la cosiddetta “umidità” si infittiva sempre più. Mia domanda all’amico che guidava: ” hai portato le catene ?”- Risposta “ma non dire cazz…. , siamo a Pasqua !!”. Con fatica sempre più crescente la macchina arranca in mezzo alla neve. Non c’è nessuno !. C’e l’abbiamo quasi fatta, mancano pochi tornanti al mitico passo di Roncisvalle ed ecco che appare il solito “cretino” che si è bloccato con un camper nel bel mezzo di un tornante. Ci proviamo in tutte le maniere a sbloccarlo aiutati da pochi sopravvenuti ma non c’è niente da fare. Non ci resta che girare la macchina e ridiscendere! Alla sera abbiamo prenotato al Parador di Santo Domingo della calzada che è lontanissimo, dobbiamo arrivare al mare, entrare in Spagna da lì e risalire fino a Pamplona per poi finalmente incontrare l’agognato Camino e percorrerne il primo tratto fino a Santo Domingo. Santiago ancora non ci è molto amico !. A Puente de la Reina egli ci accoglie con i suoi attributi tipici, il mantello, il bastone con appesa la zucca, il cappello, la conchiglia. Santo Domingo della calzada è un paesino situato nel bel mezzo del Camino,  una vera icona , ma non mi dilungo su questi argomenti in quanto ne parlerò in seguito. Il Parador non è niente di speciale. 

La prossima tappa (senza inconvenienti particolari) e dopo una sosta a Burgos per ammirare la cattedrale, ci porta fino a Leon: Bella città, bellissima cattedrale, superbo il Parador ricavato dal medievale ospizio dei pellegrini.

Il giorno successivo si deve arrivare a Santiago di Compostela, meta finale del nostro viaggio. Dopo il piattismo della meseta fino a Leon, si comincia di nuovo a salire.   E ricomincia la neve !!!. Nuovamente a stento ci arrampichiamo su una stradina coperta di neve senza un’anima. In cima a questa salita vi sono un paio di paesini praticamente abbandonati. Il più famoso nei racconti di viaggio è Foncebadon. Nell’abbandonarlo superiamo un autentico pellegrino canadese a piedi, che arranca anche lui in mezzo alla neve. E al mio amico cosa viene in mente di fare ? chiama il pellegrino e gli fa il gesto dell’ombrello mentre lo lasciamo indietro. Indietro per poco in quanto dopo non più di 2 tornanti la macchina si blocca in mezzo alla neve. Chi ci dà allora una mano a spingerla ? Ebbene sì, il pellegrino!
Finalmente scendiamo nella vallata sottostante. Ci preoccupa però il tratto successivo: la mitica salita del Cebreiro che però è chiusa. Non so se è la sfiga che ci perseguita, se è Santiago che proprio non ci vuole,  oppure se siamo fortunati evitando di rimanere nelle nebbie del Cebreiro fino a ferragosto !

Ed eccoci finalmente a Santiago di Compostela. La città, abbastanza piccola, è permeata dal da 2 cose, dall’Università e da ciò che è attinente al Camino. Fra tutti i monumenti, il più importante è la cattedrale, enorme, ridondante di orpelli barocchi, ma quanto si entra il contrasto è impressionante, la primitiva chiesa romanica che è stata “rivestita” dalle strutture barocche,  è invece di una sobrietà e di una bellezza straordinarie!  Non posiamo sottrarci ai riti principali di tutti  che sono: mettere le dita  nei 5 fori presenti sulla base della statua di Santiago che accoglie i pellegrini nel portico della gloria ricavato fra le 2 facciate della chiesa e picchiare la testa contro il capo del personaggio alla base dello stesso pilastro; pare accresca l’intelligenza e ne abbiamo tanto bisogno !. L’altro rito è quello di salire dietro l’altare e di abbracciare da dietro un’altra statua di Santiago.

L’altro monumento incredibile si trova sulla stessa piazza della cattedrale ed è il Parador. Ricavato dal medievale ospizio dei pellegrini è bellissimo !. Da grossi signori abbiamo prenotato proprio lì. Abbiamo speso un pò, ma secondo me ne è valsa la pena.

L’indomani lasciamo Santiago, nostro personale Camino è finito. Ritorniamo verso casa concedendoci però altri giorni di viaggio molto belli e visitando altri paradores: Bayona, antica fortezza a picco sul mare, Cuenca con il vallone che divide il parador dalla cittadina con le sue case appese alla roccia (casas colgadas) e che sembrano sul punto di precipitare. Abbiamo cenato in una di queste case con travi in legno che scricchiolavano aspettandoci da un momento all’altro di cadere in fondo alla vallata.

Il parador successivo è stato quello di Segovia. Questa volta moderno, con un’architettura incredibile e con un altrettanto incredibile vista sulla città e sul famosissimo acquedotto romano. Durante la visita alla città, nel corso principale, il vento era fortissimo !  Volavano le tegole dai tetti. Il mio amico con una delle sue perle di saggezza ci consiglia di camminare rasente i muri e così si becca sulla schiena una vetrinetta di  cristallo piena di ninnoli anch’essi di cristallo che è volata via da un negozio !

La fine del viaggio si avvicina. L’ultimo parador è situato sui monti all’interno di Barcellona. Si tratta di un vero castello medioevale però con camere e bagni con idromassaggio. Mi faccio riconoscere subito in quanto geneticamente restio a leggere le istruzioni di qualsiasi cosa devo usare. Così a mezzanotte passata decido di farmi un bagno nella vasca idromassaggio e, senza appunto leggere le istruzioni appiccicate sulla vasca che raccomandavano  di non aggiungere bagnoschiuma, ce ne metto una bella dose. Lascio immaginare il seguito ! 

Il viaggio ed il secondo approccio al Camino è finito, si torna a casa pernsando di non tornarci più, ma ………. Mai dire mai !

3° approccio

Il fatto di non aver potuto vedere e percorrere due dei tratti più emblematici del Camino e cioè il passo del Somport e il passo di Roncisvalle mi rodeva nella mente da un bel po’, fino a quando mi sono deciso e sono partito in macchina con il seguente programma: dopo aver attraversato la Francia meridionale sarei entrato in Spagna attraverso il mitico Somport (per chi non lo sapesse, il passo del Somport attraversa i Pirenei più a sud di Roncisvalle ed è quello utilizzato nei secoli dai pellegrini provenienti dal sud dell’Europa, Italia compresa.  Una volta in Spagna avrei percorso tutta l’Aragona che corre parallela alla catena montuosa per poi risalire le balze di Roncisvalle e ridiscendere in Francia.

Questa volta mi ha accompagnato mio figlio Matteo. Dopo aver fatto una sosta per vedere le grotte di Lascaux  (magnifiche, ne vale la pena,  attenzione però a prenotare con largo anticipo perchè l’ingresso è a numero contingentato), e dopo aver fatto un’altra sosta a Lourdes (l’impressione non è cambiata), abbiamo cominciato ad arrampicarci lungo la dura salita pensando a quanta fatica avranno fatto quei poveretti in tutti questi secoli.

Una volta superato il passo la vallata del fiume Aragon è magnifica. Dopo una breve visita al San Juan de la Pena, risaliamo quindi nel pomeriggio verso Roncisvalle. Sosta obbligatoria in cima al passo per vedere il bellissimo ospizio e la collegiata. Non si può inoltre fare a meno di pensare all’epopea dei paladini e del sacrificio di Orlando. Qui la storia e la leggenda si mescolano in un coktail magico. Scendiamo dal passo che è già sera e ci fermiamo a cenare in un ristorantino consigliato dalla Routard appena dentro le mura di San Jan pied de Port. Mangio bene e bevo altrettanto. L’albergo Campanile che avevo già utilizzato e nel quale avevo lasciato tutti i bagagli è ancora molto lontano. Ci arrivo alle 2 di notte e mi accorgo di aver perso lo chiavi. Per inciso, gli hotel Campanile chiudevano la reception alle 10 di sera , quindi si poteva ottenere una camera se già si aveva la chiave o se ne poteva prendere una  con carta di credito ad una specie  di distributore automatico di chiavi. Ovviamente non c’erano più camere libere, per cui ho cominciato a girovagare senza documenti e senza bagagli, fino a quando ho trovato un altro albergo con l’insonnolito addetto alla reception che però ho faticato non poco a convincere spiegandogli le mie vicissitudini e che non ero il pedofilo di turno che  voleva portarsi in camera un ragazzino. Alla mattina seguente sono partito per tornare a casa, beninteso dopo aver pagato la camera e anche quella del Campanile per ritirare i bagagli. ” 2 camere per una notte sola.!

4° approccio

 Pensate che l’ultimo giretto lungo il Camino mi avrebbe soddisfatto ?. Nemmeno per sogno, anzi il tarlo di farne almeno un pezzettino a piedi mi rodeva da qualche mese. C’è voluto poco a convincere mia moglie e così abbiamo deciso di provare a fare solo qualche tappa. La scelta del metodo col quale muoversi è descritta e spiegata in una “Pillola”. Da Tolosa in macchina raggiungiamo il passo del Somport, il “summum portum” degli antichi;  dormiamo in un piccolo rifugio proprio in cima e la mattina seguente partiamo a piedi (finalmente !). Appena partiti oltrepassiamo alcuni mucchi di pietre. Sono ciò che purtroppo resta del mitico rifugio di Santa Caterina. Pensare che nel medioevo era considerato uno dei più importanti rifugi per i pellegrini, insieme all’ospizio del Gran San Bernardo e l’ospizio di Gerusalemme. Superata la moderna stazione sciistica di Candanchu’,  il Camino si immerge in una foresta fittissima. Dopo la dura salita, la discesa lungo il rio Aragon dal Somport è bellissima. Arrivati a Calfranc, si respira già piena aria di Camino, infatti il paesino antico è disposto lungo una via centrale che normalmente è dedicata a Santiago e che è chiamata “sirga peregrinal”, questa sarà una caratteristica comune a moltissimi paesi lungo il Camino, ma lo stesso suo nome deriva da  “Campus francus” in quanto i suoi abitanti erano esentati dalle tasse ma avevano l’impegno di mantenere agibile il Camino. La meta è Jaca: bella città , con una bellissima cittadella e un altrettanto bel centro con una cattedrale splendida. Nella piazza di fronte alla cattedrale vi è un bar che offre delle tapas buonissime. Decidiamo di trovare un albergo lì vicino e dopo una riassestata di cenare proprio lì. Serata deliziosa , all’ombra della cattedrale , mangiando tapas di tutte le qualità e bevendo vino “rosado” buonissimo. Sarà la stanchezza o la fame che ci fanno apprezzare ancora di più queste cose. Il giorno successivo lasciamo Jaca purtroppo lungo la strada asfaltata tranne piccoli tratti. Ci fermiamo in un Hotel  con piscina, (peccato impraticabile data la temperatura polare della sua acqua). L’hotel non è niente di chè e  si mangia male; è situato appena superato un dosso chiamato “venta de esculabolsas”: posto dei ladri di borse! Da lì parte inoltre una deviazione per uno dei posti più belli e misteriosi di tutto il Camino: il santuario di San Juan de la pena. “Pillola” 

Inizia quindi un lungo tratto pianeggiante chiamato “La Canal de Berdun” dominato dall’omonimo paesino arroccato su una rupe. Superato il confine fra le provincie di Huesca e Saragoza si raggiunge il bacino artificiale di Jesa, al centro di dure polemiche fra le necessità di energie e l’opposizione degli abitanti dei piccoli paesini costretti ad abbandonare le loro terre e il loro lavoro. Poco prima della sua fine, si varca il confine con la Navarra. 2 Km. dopo si diparte lo stradino che sale al monastero di Leyre.

Lasciando Leyre alle spalle. si giunge alla fine del Pantano, allo sbarramento di Jesa, dopo di che  comincia una salita che porta a Javier.Foto 51. La località è nota perchè ogni anno si svolge una processione molto importante che sale da Jesa fino al castello una volta di proprietà di una nobile famiglia che ha dato i natali a san Francesco Javier, grandissimo missionario che svolse la sua azione soprattutto in India. Le sue spoglie sono infatti conservate a Goa. Superato il passo, la strada scende dolcemente fino a SanguesaDa qui si sono aggregati una coppia di amici (gli stessi del 1° viaggio)

Dopo Sanguesa il Camino sale dolcemente fino a Rocaforte. L’importanza di questo piccolissimo borgo è data dal fatto che uno dei più famosi pellegrini di tutti i tempi, San Francesco (quello più importante), avrebbe fondato proprio lì il suo primo monastero in Spagna.

Da Rocaforte il Camino sale fino ad un passo chiamato “alto de loti”. Il panorama è dominato dalle pale di numerosissimi generatori eolici. Sono talmente occupato a guardarle e a salire, che non mi accorgo ad un certo momento di essere nel bel mezzo di una mandria di mucche. Fossero però solo mucche, invece la mandria è comandatra da un enorme toro che ha tutta l’aria di essere il comandante del drappello. In quello stesso momento mi rendo conto che quella mattina ho indossato una divisa composta da pantaloncini e maglietta di un fiammante colore rosso !. Mentre il toro mi osservava incredulo di tanta stupidità e pensa se caricarmi o no, mi abbasso repentinamente in mezzo alle mucche e mi tolgo zaino e maglietta. Riemergo decisamente più anonimo e riesco a sorpassare indenne gli animali.

Il puzzo di merda è acutissimo. Non riesco a capire se sono i ricordi delle mucche, se invece proviene dalla vicina stalla o se sono io che me la sono fatta addosso !. Per fortuna non è la terza ipotesi.  

A  questo punto però è doverosa una breve dissertazione sulla merda!:

tranne l’attraversamento delle poche vere città, il Camino ha una connotazione e un’ambientazione decisamente agricola. Gli animali come vacche, pecore , asini, capre, galline ecc, sono normalmente liberi di camminare sia sul camino che sui pascoli adiacenti. E’ inevitabile che i loro ricordini siano presenti ovunque. Quando pure non sono presenti sulla strada , il loro profumo comunque proviene dalle stalle che normalmente si aprono su di essa. Corollario inevitabile è inoltre la presenza di milioni di mosche !. Per uno come me, di una certa età e nato in campagna, tutto ciò rappresenta un ricordo ancora vivo e tutto sommato accettabile, per chi invece è più giovane e proviene dalla città, riconosco che questo aspetto può certamente infastidirlo, ma si metta il cuore  pace perchè è inevitabile per tutto il Camino. Se poi, come giustamente fa notare PG Odifreddi, piove o è piovuto di recente, il fango delle strade si mescola al composto di cui sopra creando una poltiglia indefinita ma comunque ben odorante che non si riesce ad evitare.

Abbandonato il rio Aragon, la tappa successiva è Monreal, antigo borgo che conserva molte belle case e un bellissimo ponte. Poco più avanti, per ribadire il precedente argomento, fra Guerendian e Tiebas, vi è una piccola salita che bisogna fare di corsa in  quanto passa di fianco ad un porcile enorme dal quale proviene un puzzo incredibile e una nuvola di mosce iperagitate. Il Camino prosegue poi senza difficoltà in un paesaggio molto bello in direzione di Peuente della Reina. Poco prima di essa è obbligatorio fermarsi a visitare Eunate.

   GALLERIA IMMAGINI

Cammino di Santiago (1parte)

Consigli pratici e riflessioni su uno dei più famosi e importanti pellegrinaggi del cristianesimo fatto con le gambe di un pingue quasi sessantenne e con il cuore di un ateo.

Quando Giò si è messa a scrivere dei nostri viaggi devo confessare che la cosa mi ha “rosicato” un po’ e quindi, appena mi ha chiesto di scrivere qulcosa anch’io non ci ho messo più di un nanosecondo per accettare.  Non è stato, per me, nemmeno un problema di scegliere quale viaggio fra i tanti belli che abbiamo fatto, in quanto per me il Cammino di Santiago è stato il viaggio .

Chiedo scusa per la qualità delle immagini, che nel passaggio dalle diapositive hanno perso moltissimo. Con un po’ di calma mi prometto di tentare di migliorarle.

Buona lettura

Cap. I. i primi approcci    “Ogni grande viaggio comincia sempre con un piccolo passo

Foto 1. Il desiderio di percorrere il Camino è nato tanti anni fa nei primi anni ’90, quando non era ancora esploso il boom, leggendo un articolo su un giornale turistico  nel quale si descriveva il viaggio fatto da alcuni ragazzi in mountain bike lungo il percorso attraverso tutta la Spagna fino a Santiago di Compostela.

Pur essendo molto stringato in esso erano descritti dei luoghi sperduti e rimasti tali e quali da centinaia se non da migliaia di anni.

Per un appassionato di storia, soprattutto medioevale, quell’articolo è diventato uno stimolo irresistibile, che senza coinvolgere il contesto religioso o fideistico, è diventato sempre più intenso fino a costringermi a programmare il mio primo approccio al “Camino”.

Così, molti anni fa, approfittando delle vacanze pasquali, ho caricato mia moglie Giò, i miei figli Matteo e Paolo sulla mia potente Audi,  ho attaccato la roulotte e sono partito.

Evidentemente Santiago non era molto entusiasta della mia scelta, tanto che il viaggio è durato circa 100 Km. quando ho fuso il cambio automatico in una nuvola di olio bruciato. 

C’è voluto un anno prima di riuscire a trovare il tempo per ricominciare. Così, nelle vacanze dell’anno successivo, ho deciso di riprovarci. Questa volta senza figli ma con una coppia di amici che si sono aggregati dopo che mi hanno sorpreso a fotocopiare una cartina stradale e l’elenco dei “Paradores”. 

E’ necessaria una piccola divagazione per quanto riguarda i “Paradores de turismo”; essi sono hotel di prestigio, gestiti dallo stato spagnolo e collocati in edifici di rilevanza storica magnificamente restaurati. Ne esistono circa 100 in tutta la Spagna (vedi il loro sito). Lungo il Camino ve ne erano 3; ora 4. Avevo programmato le tappe in modo da fermarci ogni sera in uno diverso, dopo le prime 2  tappe di avvicinamento  in Francia. Ciò è già indicativo dello spirito con cui ho affrontato il viaggio : non pellegrinaggio o sofferenza , ma turismo, cultura e un pizzico di curiosità. 

Dopo Nizza, la seconda tappa è stata a Biarritz. E’ stata molto lunga, con sosta a Lourdes per toccare con mano ciò che rappresenta per un credente la fede ma anche rendersi conto del mercimonio che di essa se ne fa: strade intere di negozietti che vendono paccottiglia varia comprese bottiglie, statue e taniche piene di acqua; (a questo proposito è utile leggere cosa dice la guida Routard a proposito di questa fonte), candele di tutte le dimensioni e di tutti i prezzi, come se chi più paga più ha probabilità di ottenere un miracolo (molto democratico), stampelle appese alla roccia (qualcuno ha fatto notare però che non vi è appesa neanche una gamba di legno). Santiago è un pò più serio: per chi ci crede, si va non tanto per chiedere una guarigione o per un interesse personale, ma principalmente per ringraziare. Non vi è acqua benedetta nè ceri miracolosi, ma solo il piacere di contemplare la tomba dell’apostolo e ringraziare per aver avuto la forza per arrivarci. Senza contare il fatto che Il pellegrinaggio a Santiago dura da più di mille anni e non da un centinaio appena.

Come dicevo la seconda tappa è stata Biarritz. Nel pomeriggio abbimo visitato San Sebastian e cenato nel centro storico. Pesce buonissimo e, per la prima volta abbiamo assaggiato i “pimientos rellenos” : peperoni allungati e ripieni di merluzzo. Siamo tornati tardi alla sera a Biarriz e abbiamo alloggiato in un hotel di una catena abbastanza economica che si chiama Campanile. Stanchi e al pensiero che l’indomani si sarebbe dovuto affrontare la lunga tappa di attraversamento dei Pirenei al passo di Roncisvalle, siamo andati a letto subito. L’indomani mattina il commento è stato unanime “Abbiamo dormito benissimo, c’era un silenzio di tomba”. Il motivo di questo silenzio è stato chiaro quando siamo usciti dalla camera :  il balcone si affacciava direttamente su un camposanto!

Una volta scesi al posteggio ecco il primo segnale negativo: il tetto della macchina era ricoperto da un leggerissimo strato di ghiaccio. I commenti sono stati i più banali; ma cosa vuoi che sia; siamo in riva all’oceano; è solo l’umidità , ecc.

l Così cominciamo ad arrampicarci sulle prime pendici dei Pirenei. Man mano che si saliva  la cosiddetta “umidità” si infittiva sempre più. Mia domanda all’amico che guidava: ” hai portato le catene ?”- Risposta “ma non dire cazz…. , siamo a Pasqua !!”. Con fatica sempre più crescente la macchina arranca in mezzo alla neve. Non c’è nessuno !. C’e l’abbiamo quasi fatta, mancano pochi tornanti al mitico passo di Roncisvalle ed ecco che appare il solito “cretino” che si è bloccato con un camper nel bel mezzo di un tornante. Ci proviamo in tutte le maniere a sbloccarlo aiutati da pochi sopravvenuti ma non c’è niente da fare. Non ci resta che girare la macchina e ridiscendere! Alla sera abbiamo prenotato al Parador di Santo Domingo della calzada che è lontanissimo, dobbiamo arrivare al mare, entrare in Spagna da lì e risalire fino a Pamplona per poi finalmente incontrare l’agognato Camino e percorrerne il primo tratto fino a Santo Domingo. Santiago ancora non ci è molto amico !. A Puente de la Reina egli ci accoglie con i suoi attributi tipici, il mantello, il bastone con appesa la zucca, il cappello, la conchiglia Foto 3b.  Santo Domingo della calzada è un paesino situato nel bel mezzo del Camino,  una vera icona , ma non mi dilungo su questi argomenti in quanto ne parlerò in seguito. Il Parador non è niente di speciale. 

La prossima tappa (senza inconvenienti particolari) e dopo una sosta a Burgos per ammirare la cattedrale,

ci porta fino a Leon: Bella città, bellissima cattedrale, superbo il Parador ricavato dal medievale ospizio dei pellegrini.

Il giorno successivo si deve arrivare a Santiago di Compostela, meta finale del nostro viaggio. Dopo il piattismo della meseta fino a Leon, si comincia di nuovo a salire.   E ricomincia la neve !!!. Nuovamente a stento ci arrampichiamo su una stradina coperta di neve senza un’anima. In cima a questa salita vi sono un paio di paesini praticamente abbandonati. Il più famoso nei racconti di viaggio è Foncebadon. Nell’abbandonarlo superiamo un autentico pellegrino canadese a piedi, che arranca anche lui in mezzo alla neve.

E al mio amico cosa viene in mente di fare ? chiama il pellegrino e gli fa il gesto dell’ombrello mentre lo lasciamo indietro. Indietro per poco in quanto dopo non più di 2 tornanti la macchina si blocca in mezzo alla neve. Chi ci dà allora una mano a spingerla ? Ebbene sì, il pellegrino! 
Finalmente scendiamo nella vallata sottostante. Ci preoccupa però il tratto successivo: la mitica salita del Cebreiro che però è chiusa. Non so se è la sfiga che ci perseguita, se è Santiago che proprio non ci vuole,  oppure se siamo fortunati evitando di rimanere nelle nebbie del Cebreiro fino a ferragosto !

Ed eccoci finalmente a Santiago di Compostela.

La città, abbastanza piccola, è permeata dal da 2 cose, dall’Università e da ciò che è attinente al Camino.

Fra tutti i monumenti, il più importante è la cattedrale, enorme, ridondante di orpelli barocchi, ma quanto si entra il contrasto è impressionante , la primitiva chiesa romanica che è stata “rivestita” dalle strutture barocche,  è invece di una sobrietà e di una bellezza straordinarie!  Non posiamo sottrarci ai riti principali di tutti  che sono: mettere le dita  nei 5 fori presenti sulla base della statua di Santiago che accoglie i pellegrini nel portico della gloria ricavato fra le 2 facciate della chiesa e picchiare la testa contro il capo del personaggio alla base dello stesso pilastro; pare accresca l’intelligenza e ne abbiamo tanto bisogno!

L’altro rito è quello di salire dietro l’altare e di abbracciare da dietro un’altra statua di Santiago.

L’altro monumento incredibile si trova sulla stessa piazza della cattedrale ed è il Parador. Ricavato dal medievale ospizio dei pellegrini è bellissimo! Da grossi signori abbiamo prenotato proprio lì. Abbiamo speso un pò, ma secondo me ne è valsa la pena.

L’indomani lasciamo Santiago, nostro personale Camino è finito. Ritorniamo verso casa concedendoci però altri giorni di viaggio molto belli e visitando altri paradores: Bayona, antica fortezza a picco sul mare, Cuenca con il vallone che divide il parador dalla cittadina con le sue case appese alla roccia (casas colgadas) e che sembrano sul punto di precipitare. Abbiamo cenato in una di queste case con travi in legno che scricchiolavano aspettandoci da un momento all’altro di cadere in fondo alla vallata.

Il parador successivo è stato quello di Segovia. Questa volta moderno, con un’architettura incredibile e con un altrettanto incredibile vista sulla città e sul famosissimo acquedotto romano. Durante la visita alla città, nel corso principale, il vento era fortissimo !  Volavano le tegole dai tetti. Il mio amico con una delle sue perle di saggezza ci consiglia di camminare rasente i muri e così si becca sulla schiena una vetrinetta di  cristallo piena di ninnoli anch’essi di cristallo che è volata via da un negozio !

La fine del viaggio si avvicina. L’ultimo parador è situato sui monti all’interno di Barcellona. Si tratta di un vero castello medioevale però con camere e bagni con idromassaggio. Mi faccio riconoscere subito in quanto geneticamente restio a leggere le istruzioni di qualsiasi cosa devo usare. Così a mezzanotte passata decido di farmi un bagno nella vasca idromassaggio e, senza appunto leggere le istruzioni appiccicate sulla vasca che raccomandavano  di non aggiungere bagnoschiuma, ce ne metto una bella dose. Lascio immaginare il seguito ! 

Il viaggio ed il secondo approccio al Camino è finito, si torna a casa pernsando di non tornarci più, ma ………. Mai dire mai !

3° approccio

Il fatto di non aver potuto vedere e percorrere due dei tratti più emblematici del Camino e cioè il passo del Somport e il passo di Roncisvalle mi rodeva nella mente da un bel po’, fino a quando mi sono deciso e sono partito in macchina con il seguente programma: dopo aver attraversato la Francia meridionale sarei entrato in Spagna attraverso il mitico Somport (per chi non lo sapesse, il passo del Somport attraversa i Pirenei più a sud di Roncisvalle ed è quello utilizzato nei secoli dai pellegrini provenienti dal sud dell’Europa, Italia compresa.  Una volta in Spagna avrei percorso tutta l’Aragona che corre parallela alla catena montuosa per poi risalire le balze di Roncisvalle e ridiscendere in Francia.

Questa volta mi ha accompagnato mio figlio Matteo. Dopo aver fatto una sosta per vedere le grotte di Lascaux  (magnifiche, ne vale la pena,  attenzione però a prenotare con largo anticipo perchè l’ingresso è a numero contingentato), e dopo aver fatto un’altra sosta a Lourdes (l’impressione non è cambiata), abbiamo cominciato ad arrampicarci lungo la dura salita pensando a quanta fatica avranno fatto quei poveretti in tutti questi secoli.

Una volta superato il passo la vallata del fiume Aragon è magnifica. Dopo una breve visita al San Juan de la Pena, risaliamo quindi nel pomeriggio verso Roncisvalle. Sosta obbligatoria in cima al passo per vedere il bellissimo ospizio e la collegiata. Non si può inoltre fare a meno di pensare all’epopea dei paladini e del sacrificio di Orlando. Qui la storia e la leggenda si mescolano in un coktail magico. Scendiamo dal passo che è già sera e ci fermiamo a cenare in un ristorantino consigliato dalla Routard appena dentro le mura di San Jan pied de Port. Mangio bene e bevo altrettanto. L’albergo Campanile che avevo già utilizzato e nel quale avevo lasciato tutti i bagagli è ancora molto lontano. Ci arrivo alle 2 di notte e mi accorgo di aver perso lo chiavi. Per inciso, gli hotel Campanile chiudevano la reception alle 10 di sera , quindi si poteva ottenere una camera se già si aveva la chiave o se ne poteva prendere una  con carta di credito ad una specie  di distributore automatico di chiavi. Ovviamente non c’erano più camere libere, per cui ho cominciato a girovagare senza documenti e senza bagagli, fino a quando ho trovato un altro albergo con l’insonnolito addetto alla reception che però ho faticato non poco a convincere spiegandogli le mie vicissitudini e che non ero il pedofilo di turno che  voleva portarsi in camera un ragazzino. Alla mattina seguente sono partito per tornare a casa, beninteso dopo aver pagato la camera e anche quella del Campanile per ritirare i bagagli. 2 camere per una notte sola !

4° approccio

Pensate che l’ultimo giretto lungo il Camino mi avrebbe soddisfatto ?. Nemmeno per sogno, anzi il tarlo di farne almeno un pezzettino a piedi mi rodeva da qualche mese. C’è voluto poco a convincere mia moglie e così abbiamo deciso di provare a fare solo qualche tappa. La scelta del metodo col quale muoversi è descritta e spiegata in una “Pillola”. 

Da Tolosa in macchina raggiungiamo il passo del Somport, il “summum portum” degli antichi;  dormiamo in un piccolo rifugio proprio in cima e la mattina seguente partiamo a piedi (finalmente !). Appena partiti oltrepassiamo alcuni mucchi di pietre. Sono ciò che purtroppo resta del mitico rifugio di Santa Caterina. Pensare che nel medioevo era considerato uno dei più importanti rifugi per i pellegrini, insieme all’ospizio del Gran San Bernardo e l’ospizio di Gerusalemme.  Superata la moderna stazione sciistica di Candanchu’,  il Camino si immerge in una foresta fittissima. Dopo la dura salita, la discesa lungo il rio Aragon dal Somport è bellissima.

Arrivati a Calfranc, si respira già piena aria di Camino, infatti il paesino antico è disposto lungo una via centrale che normalmente è dedicata a Santiago e che è chiamata “sirga peregrinal”, questa sarà una caratteristica comune a moltissimi paesi lungo il Camino, ma lo stesso suo nome deriva da  “Campus francus” in quanto i suoi abitanti erano esentati dalle tasse ma avevano l’impegno di mantenere agibile il Camino.La meta è Jaca: bella città , con una bellissima cittadella e un altrettanto bel centro con una cattedrale splendida.

Nella piazza di fronte alla cattedrale vi è un bar che offre delle tapas buonissime. Decidiamo di trovare un albergo lì vicino e dopo una riassestata di cenare proprio lì. Serata deliziosa , all’ombra della cattedrale , mangiando tapas di tutte le qualità e bevendo vino “rosado” buonissimo. Sarà la stanchezza o la fame che ci fanno apprezzare ancora di più queste cose. Il giorno successivo lasciamo Jaca purtroppo lungo la strada asfaltata tranne piccoli tratti.

Ci fermiamo in un Hotel  con piscina, (peccato impraticabile data la temperatura polare della sua acqua). L’hotel non è niente di chè e  si mangia male; è situato appena superato un dosso chiamato “venta de esculabolsas”: posto dei ladri di borse!

Da lì parte inoltre una deviazione per uno dei posti più belli e misteriosi di tutto il Camino: il santuario di San Juan de la pena.

Inizia quindi un lungo tratto pianeggiante chiamato “La Canal de Berdun” dominato dall’omonimo paesino arroccato su una rupe.

Superato il confine fra le provincie di Huesca e Saragoza, si raggiunge il bacino artificiale di Jesa, al centro di dure polemiche fra le necessità di energie e l’opposizione degli abitanti dei piccoli paesini costretti ad abbandonare le loro terre e il loro lavoro. 

Poco prima della sua fine, si varca il confine con la Navarra. 

2 Km. dopo si diparte lo stradino che sale al monastero di Leyre. A questo importantissimo sito è dedicata un’altra “Pillola”

Lasciando Leyre alle spalle si giunge alla fine del Pantano, allo sbarramento di Jesa, dopo di che  comincia una salita che porta a Javier.

La località è nota perchè ogni anno si svolge una processione molto importante che sale da Jesa fino al castello una volta di proprietà di una nobile famiglia che ha dato i natali a san Francesco Javier, grandissimo missionario che svolse la sua azione soprattutto in India. Le sue spoglie sono infatti conservate a Goa. Superato il passo, la strada scende dolcemente fino a Sanguesa. 

“Pillola”

Da qui si sono aggregati una coppia di amici (gli stessi del 1° viaggio)

Dopo Sanguesa il Camino sale dolcemente fino a Rocaforte. L’importanza di questo piccolissimo borgo è data dal fatto che uno dei più famosi pellegrini di tutti i tempi, San Francesco (quello più importante), avrebbe fondato proprio lì il suo primo monastero in Spagna.

Da Rocaforte il Camino sale fino ad un passo chiamato “alto de loti”. Il panorama è dominato dalle pale di numerosissimi generatori eolici. Sono talmente occupato a guardarle e a salire, che non mi accorgo ad un certo momento di essere nel bel mezzo di una mandria di mucche. Fossero però solo mucche, invece la mandria è comandatra da un enorme toro che ha tutta l’aria di essere il comandante del drappello. In quello stesso momento mi rendo conto che quella mattina ho indossato una divisa composta da pantaloncini e maglietta di un fiammante colore rosso !. Mentre il toro mi osservava incredulo di tanta stupidità e pensa se caricarmi o no, mi abbasso repentinamente in mezzo alle mucche e mi tolgo zaino e maglietta. Riemergo decisamente più anonimo e riesco a sorpassare indenne gli animali.

Il puzzo di merda è acutissimo. Non riesco a capire se sono i ricordi delle mucche, se invece proviene dalla vicina stalla o se sono io che me la sono fatta addosso !. Per fortuna non è la terza ipotesi.  

A  questo punto però è doverosa una breve dissertazione sulla merda!

– tranne l’attraversamento delle poche vere città, il Camino ha una connotazione e un’ambientazione decisamente agricola. Gli animali come vacche, pecore , asini, capre, galline ecc, sono normalmente liberi di camminare sia sul camino che sui pascoli adiacenti. E’ inevitabile che i loro ricordini siano presenti ovunque. Quando pure non sono presenti sulla strada, il loro profumo comunque proviene dalle stalle che normalmente si aprono su di essa. Corollario inevitabile è inoltre la presenza di milioni di mosche! Per uno come me, di una certa età e nato in campagna, tutto ciò rappresenta un ricordo ancora vivo e tutto sommato accettabile, per chi invece è più giovane e proviene dalla città, riconosco che questo aspetto può certamente infastidirlo, ma si metta il cuore  pace perchè è inevitabile per tutto il Camino. Se poi, come giustamente fa notare PG Odifreddi, piove o è piovuto di recente, il fango delle strade si mescola al composto di cui sopra creando una poltiglia indefinita ma comunque ben odorante che non si riesce ad evitare.

Abbandonato il rio Aragon, la tappa successiva è Monreal, antigo borgo che conserva molte belle case e un bellissimo ponte. Poco più avanti, per ribadire il precedente argomento, fra Guerendian e Tiebas, vi è una piccola salita che bisogna fare di corsa in quanto passa di fianco ad un porcile enorme dal quale proviene un puzzo incredibile e una nuvola di mosce iperagitate. Il Camino prosegue poi senza difficoltà in un paesaggio molto bello in direzione di Peuente della Reina. Poco prima di essa è obbligatorio fermarsi a visitare Eunate. “Pillola”

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Cammino di Santiago (2parte)

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Come dice il suo nome, Puente de la Reina è nata tutta intorno al suo famosissimo ponte, che nonostante i suoi quasi mille anni è conservasto benissimo ed è bellissimo. Foto 51g

Non  è comunque l’unica cosa da visitare, L’ospizio dei pellegrini è molto ampio, bello e funzionale, Vi sono anche un paio di chiese molto belle con i loro retaboli sovrabbondanti di orpelli e decorazioni in oro, tipiche del gusto spagnolo.

Puente del la Reina è famoso in tutto il mondo in quanto qui si incontrano gli ultimi due rami del Camino: quello proveniente dal Somport e quello proveniente da Roncisvalle. Da qui il Camino diventa uno solo fino a Santiago. Usciamo dal paese camminando sul dorso di mulo del ponte, pensando ai milioni di pellegrini che in quasi mille anni hanno ringraziato una regina di cui non sanno nemmeno bene il nome per averlo costruito. Non è ancora finita l’emozione di camminare su un ponte così bello e antico ed ecco che il Camino stupisce ancora: pochi Km ed ecco che si sta camminando nientemeno che su una autentica strada romana e, appena fuori dall’abitato di Ciraqui, si attraversa un torrente addirittura su un ponte romano. Ancora poco più avanti su un piccolo ponte medievale si attraversa un torrente chiamato “rio salado”. Sulle sue sponde i sassi sono ricoperti di una patina biancastra. E’ veramente sale ?. Non oso assaggiarlo, mi frulla per la mente il racconto di Aymeric Picaud il pellegrino medievale nella sua guida: egli lo descrive , come molti altri torrenti lungo il Camino, come “mortifero” e racconta di alcun pellegrini che, su consiglio di alcune persone lì incontrate, fecero abbeverare i propri cavalli, che immediatamente morirono. I  banditi subito si misero a scuoiare i cavalli per farne provviste.  Non è la prima volta che il succitato autore parla degli abitanti della Navarra con modi non certo lusinghieri, li descrive come empi, malvagi, dediti alle più sordide abitudini sessuali ecc. ecc.  

Il Camino passa ora per i grandi vigneti della Rjoya. Terra di vini stupendi, è costellata di “bodegas” che fanno assaggiare e vendono i loro vini. La prossima tappa è Estella : (Estella la bella) , basta la parola!. Il pomeriggio lo passiamo  a goderci la città e i dintorni. Alla sera mangiamo bene e beviamo meglio in  un ristorante tipico dietro la stazione (tra i vari piatti assaggiamo ancora i già conosciuti pimientos rellenos, questa volta ripieni di frutti di mare anzichè di merluzzo: Una delizia !) . La mattina successiva usciamo dalla città, ma non abbiamo fatto in tempo a scaldarci che già è ora di fermarsi ancora. Sulla sinistra infatti compare il monastero di Irache. La tradizione di questo posto risale al medioevo , quando si offriva pane e vino ai pellegrini. La cosa simpatica è che una delle “bodegas” più famose è stuata proprio di fianco al monastero. L’iniziativa ovviamente per scopi pubblicitari, ma comunque ben apprezzata, è stata di costruire una “fuente” de agua e vino” con 2 rubinetti che sgorgano dal propio muro. Si può berne quanto si vuole, ma non riempire taniche !  Il problema è che di solito si parte da Estella la mattina presto e non si può approffittarne.

Esiste pure una web cam in tempo reale : www.irache.com . 

Attraversando vigneti interminabili, dominati da grandi bodegas, si giunge a Los Arcos, la nostra prossima tappa. Capitiamo proprio il giorno della festa del paese. Nella piazza principale hanno allestito una arena per la corrida. Arriva un enorme camion che probabilmente gira per questi paesi e che trasporta i tori, o perlomeno, i torelli! Per fortuna la corrida non è cruenta e gli abitanti si limitano ad entrare nel recinto e a farsi rincorrere dagli animali. Di notte però, tra musica e petardi si è dormito ben poco! Los Arcos, ora di scarsa importanza, ha avuto nel passato ben altra reputazione, godeva infatti di grandi privilegi ed il riconoscimento di zona franca, a testimonianza dell’interesse verso il Camino da parte dei regnanti, come del resto altre città  come Estella, Calfranc ed molte altre ancora.


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Cammino di Santiago (3parte)

Il giorno successivo percorriamo senza intoppi la tappa che ci porta a Viana. Unica sosta a Torres del rio, per visitare la piccola chiesa del Santo Sepolcro a pianta ottagonale, che fa pensare subito ad una possibile attribuzione templare. I torrenti in questa zona sono  (a detta del solito Ameryc), ”mortiferi”.

Viana si vede da lontano in quanto è arroccata su un rialzo del terreno. Le sue mura  e i suoi palazzi fanno immediatamente pensare che nel medioevo era una città di ben altra importanza. Essa è ricordata soprattutto perché durante il suo assedio, nella notte fra il 11 e il 12 di marzo del 1507 lì  morì Cesare Borgia, condottiero italiano, figlio (ebbene sì, figlio) del Papa  Alessandro VI e da questo ovviamente protetto. Fu un personaggio ambiguo, feroce, grande approfittatore, senza scrupoli. Molti riconoscono in lui il Principe al quale Macchiavelli si ispirò. Senza pace durante la sua turbolenta vita, fu senza pace anche da morto. I suoi resti furono tumulati entro la bella cattedrale in un magnifico mausoleo, che fu però demolito durante l’Inquisizione  e sepolti addirittura fuori dalla chiesa in una discarica. Solo dopo molti anni essi vennero recuperati e posti in un’urna  nel cortile della cattedrale con una lapide ben più modesta. A Viana esiste un famoso ristorante che guarda caso si chiama “Borgia”. Non abbiamo potuto sperimentarlo in quanto era chiuso per ferie. Purtroppo lo abbiamo sperimentato in  un altro momento !

Pochi Km dopo si passa il confine della Navarra e si entra nella Rioja,  la terra dei grandi vini.  Alla periferia di Logrogno si incontra una istituzione del Camino. Si tratta della modesta casetta di un personaggio particolare, la signora Felisia, diventata famosa per generazioni di pellegrini che venivano da lei accolti con grande ospitalità. A loro offriva acqua fresca e frutta, ma soprattutto grande calore, amore e umanità. Ora la signora Felisia non c’è più, ma i nipoti hanno continuato la tradizione della nonna. Ovviamente “business is business” e all’aspetto tradizionale si è aggiunta una micro attività. Infatti all’ombra della pianta di fico descritta anche dai vecchi pellegrini, hanno trovato posto un banchetto dove vendono, oltre a generi di ristoro, piccoli ricordini e amuleti del Camino. Hanno pensato anche di timbrare la credenziale, ovviamente con un “sello” abusivo.

La periferia di Logrono, la capitale, come le periferie di tutte le città di una certa dimensione, è noiosissima e tutta fatta su strada asfaltata compreso il superamento di un inutile aeroporto. Cominciamo anche noi a soffrire di quella sindrome che colpisce quasi tutti i pellegrini che hanno nelle gambe qualche centinaio di Km.: l’allergia all’asfalto”. Dopo aver attraversato il grande fiume Ebro si raggiunge Il centro cittadino che è invece bello e degno di essere visitato. E’ pieno di antichi monumenti e riferimenti al Camino.

Fra gli altri ricordo la chiesa di Santiago el Real con la statua di Santiago in versione “matamoros”;  “la fuente de los peregrinos “

Fuori Logrono incontriamo per la prima volta la mitica nazionale N 120 che ci acompagnerà fino ad Astorga.

Da Viana, attraverso Logrogno fino a Navarrete sono piccole tappe, ma ci consentono una deviazione molto importante a San Millan de la Cogolla per visitare i monasteri si Yuso e Suso, veramente molto belli, non  per nulla dichiarati patrimonio dell’Umanità. (ecco perché nei consigli di viaggio consiglio di noleggiare una macchina di appoggio).

In un dolce saliscendi si arriva fino a Navarrete.

Nella breve tappa fino a Najera l’unico punto di interesse è il poggio in cima al quale la leggenda narra che si sia svolto il duello fra Orlando ed il mitico gigante saraceno Ferraù.

I motivi di questo duello sono diversi a seconda del ciclo epico da cui lo si trae. In una versione Orlando sfida a duello Ferraù e lo uccide liberando così i prigionieri cristiani, in un’altra versione la causa del duello è teologica come sfida fra il Cristianesimo e l’Islam; in un’altra ancora il motivo è il desiderio di conquistare l’amore di Angelica.

Najera è una carinissima cittadina, ci troviamo benissimo tanto che decidiamo di tenerla come base anche per le prossime tappe e di tornare lì per cenare e dormire.

Che dire poi della prossima tappa. E’ sicuramente una delle più famose del Camino. La piccola cittadina porta il nome del suo fondatore: Santo Domingo de la Calzada.

Da Santo Domingo ci avviamo dolcemente verso Burgos. Ci Aspettano però i terribili Montes de oca (Oja) che si cominciano ad intravedere all’orizzonte.  Sembrano lontanissimi e irraggiungibili; a casa nostra non ci sogneremmo assolutamente di considerare raggiungibili a piedi dei panorami che a malapena di vedono. Eppure, una volta passata la prossima tappa di Belorado . senza nulla di speciale, ecco che, a Villafranca Montes de Oca, siamo già ai loro piedi !. Dopo aver pranzato in uno squallidissimo bar pieno di camionisti, fumatori e turisti “pulmanati”, i Montes de Oca si presentano subito. Infatti il Camino parte proprio dietro la chiesa e senza indugiare “strappa” subito senza pietà per almeno un paio di Km.  Attraversiamo quindi questi famosi monti temutissimi nel passato per la presenza di briganti e perché così fitti da perdersi ! Un famoso viaggiatore medievale racconta aver vagato per una settimana nutrendosi di bacche e funghi prima di ritrovare la strada. Ora non è ovviamente più così, non ci sono più i briganti, il camino è ben segnalato con le consuete frecce gialle e i tagli antincendi dei boschi hanno aperto molti orizzonti. Una volta superato il passo si scende dolcemente fino a San Juan de Ortega, “Pillola”, e da lì praticamente in pianura fino a Burgos.

Burgos è una gran bella e nobile città oltre ad essere una delle città più importanti legate al Camino. E’ veramente un peccato fare come tanti pellegrini che arrivano alla sera stanchi morti si fanno una doccia, mangiano e si mettono a dormire. L’indomani mattina poi si alzano presto e cominciano a camminare. Se va bene dedicano pochi minuti frettolosi a visitare la cattedrale. A mio parere vale invece la pena di fermarsi almeno un giorno per visitarla un po’ come si deve.

Dopo il solito interminabile attraversamento della periferia, compreso un altro inutile aeroporto, finalmente si raggiunge  il centro. La cattedrale gotica è un’opera magnifica. Al suo interno sono conservate opere d’arte come il crocefisso realizzato con pelle di animale e veri capelli di una veridicità impressionante o come la scalinata dorata che porta ad un  ingresso laterale che dà sul piano stradale più elevato del contro laterale. Al centro della navata si trova la tomba del Cid, uno dei più noti eroi di Burgos e di tutta la Spagna.

Alla sera ceniamo benissimo in una modesta trattoria, dove abbiamo il nostro primo e indimenticabile incontro con il “Malaga Virgin”. E’ un vino da dessert liquoroso, di straordinario gusto e profumo. Diventerà un compagno insostituibile lungo tutti i nostri futuri tratti del Camino e fuori. Torniamo in albergo dopo aver finito la bottiglia. L’indomani mattina ci alziamo  con una certa fatica non legata però alle camminate. Passato il fiume Arlanzon si esce da Burgos attraverso una zona molto bella di parchi e di resti archeologici. La meta è Castroieriz dominata da un imponente castello, visibile da lontano. La città è famosa per essere stata la sede dell’ordine degli “Antoniti” (quelli della tau) che si identificavano come curatori del fuoco di S. Antonio. Alla sua entrata si può visitare la collegiata di Santa Maria del Manzano che conserva una statua della Madonna eretta, come quella di Sanguesa e di Rocamadur,  su un paio di corna impressionanti.

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